Premio Campiello 2001: vince Pontiggia

settembre 20, 2001 in Libri da Stefano Mola

Luciano Rossi Galan, presidente di Industriali Veneto e della Fondazione Il Campiello ha sottolineato le esitazioni circa l’opportunità di tenere la cerimonia fin dalla conferenza stampa del mattino, a Palazzo Labia. Due le ragioni per andare avanti, seppure con l’obbiettivo d’una cerimonia più sobria: di fronte alla follia non ci può fermare, e la cultura è un modo per vincere le barriere, una cultura che deve essere basata su reciproca comprensione e tolleranza.

Inevitabile, sia nel corso della conferenza stampa del mattino che durante la cerimonia di premiazione (presentata da Corrado Augias e Monica Leofreddi) nella meravigliosa cornice di Palazzo Ducale, che la domanda “A cosa servono i libri”, fosse lì in mezzo, come un macigno da aggirare. Bruno Arpaia e Domenico Starnone hanno sottolineato come la letteratura serve perché pone delle domande, evita le semplificazioni; Giuseppe Pontiggia ha parlato della letteratura come una forma di conoscenza che restituisce la realtà come un caleidoscopio. Citando Montale (“Vivere e basta, mantenendosi umani, non è impresa da poco”) ha concluso che a questo serve la letteratura, a sentirci umani.

Ecco una breve descrizione dei 5 libri finalisti. Sicuramente occorre dare atto alla giuria dei letterati, presieduta dal regista Giuliano Montaldo, di aver proposto 5 opere stimolanti, in grado di offrire prospettive molto diverse sul reale.

Il vincitore, Giuseppe Pontiggia, con “Nati due volte” (Mondadori), racconta il rapporto di tra un giovane padre il figlio disabile. La disabilità nel libro è duplice: non tanto quella del figlio nel suo percorso per vivere assieme alla sua minorazione, quanto quella del padre e della società, quasi sempre impreparati a comprendere e accettare il limite, prigionieri della vana ricerca di una normalità. Una normalità tanto più stupida quanto l’esistenza vera è, in fondo, lotta per essere se stessi, e dunque, conquista e rivendicazione della propria unicità e diversità.

Bruno Arpaia, “L’angelo della storia” (Guanda), ricostruisce romanzescamente gli ultimi giorni di vita di Walter Benjamin, nel settembre del 1940, sui Pirenei, ossessionato dal completamento della sua opera fondamentale (andata perduta). Intellettuale inadatto alla vita, viene nel romanzo contrapposto a Laurano, uomo d’azione, che ha combattuto nella guerra civile spagnola e ora fa il contrabbandiere per amore.

Giorgio Calcagno, “Docidi lei” (Nino Aragno Editore) si è confrontato invece con l’eterno mistero dell’eros descrivendo 12 enigmatiche donne, che forse non sono altro che 12 aspetti dell’unica donna, o del mistero dell’amore. Dodici donne trovate e continuamente perse dal protagonista, uno scrittore che si scava nel mistero di “lei” e dei suoi anagrammi: “ile”, “lie”, “eli”.

Diego De Silva, con “Certi bambini” (Einaudi) racconta una storia durissima, di orrore quotidiano, eppure drammaticamente reale e vicina. In una grande città del sud mai nominata ma facilmente riconoscibile, un bambino di 12 anni, capace di curare con amore e sensibilità la nonna malata, è al tempo stesso un baby killer della camorra. La sua storia diventa simbolo della crisi del mondo degli adulti, non più in grado di farsi carico dei bambini, di tracciare per loro un confine morale, lasciandoli abbandonati a loro stessi.

Domenico Starnone, in “Via Gemito” (Feltrinelli, già vincitore del premio Strega), racconta la storia di un padre, il dramma di un uomo convinto d’un destino di grande artista, di pittore, ma costretto dalla vita nei panni odiati del ferroviere e di padre d’una famiglia numerosa. Una contraddizione vissuta con furia, senza mediazioni, raccontata attraverso gli occhi sgomenti del figlio primogenito, tra affetto e repulsione per un padre ingombrante, non normale.

Infine, Raffaele La Capria ha ricevuto il premio speciale della giuria dei letterati per la sua opera in cui ha saputo fondere sia il racconto di Napoli e della sua giovinezza come spunto verso temi universali, sia per i saggi informali, assimilabili a racconti filosofici di stampo illuminista.

E il Campiello Giovani? Beh, mica possiamo raccontare tutto in una volta…

di Stefano Mola