Precipitando

agosto 26, 2001 in Racconti da Redazione

Sto precipitando, da sempre sto precipitando: sono stata spinta giù da un’alta terrazza ed ho visto nella mia caduta milioni, forse miliardi di finestre, alcune chiuse, altre aperte, altre ancora con uomini e donne che mi guardavano stupiti oltre i vetri.

Ero ad una festa, una di quelle di gran lusso con tanta bella gente e poi sono caduta, no, mi hanno buttata giù e tutto s’è svolto in un attimo e non sono riuscita neppure a vedere i miei assassini, poiché incredula e nello stesso tempo terrorizzata ho visto subito il vuoto sotto di me che mi attirava irresistibilmente.

Ma la morte non è avvenuta, non mi sono spiaccicata sull’asfalto sottostante, come avrebbe dovuto esser prevedibile, no, ho continuato a cadere, finestra dopo finestra, grattacielo dopo grattacielo.

Il terrore prima s’è trasformato in semplice paura, poi in curiosità. Anche la curiosità è svanita da tempo, adesso desidererei solo arrivare in fondo a questa caduta senza fine, senza scopo, ma forse non mi è concesso. Le notti s’alternano ai giorni, ed i giorni alle stagioni, ma il sibilo del vento nella mia caduta è costante da tempo…da quanto tempo? Ho la sensazione di cadere da sempre, che il precipitare sia l’unica mia ragione d’esistere.

Le finestre sono solo dei rettangoli che s’aprono in un vuoto in discesa, ma infinito, rettangoli talvolta illuminati, dietro i quali si celano timorosi esseri umani d’ogni tipo, vecchi e bambini, ricchi e poveri, uomini e donne, bianchi e di colore. Spalancano tutti la bocca nello stesso modo quando mi vedono passare, e sgranano gli occhi, ma poi, immagino, scuotono ancora una volta la testa, si stropicciano gli occhi e proseguono nelle loro occupazioni da stanza come se niente fosse e si dimenticano in fretta del mio passaggio rimovendolo del tutto.

Vedo feste, veglie di morte, giovani amanti, televisori accesi, gente che mangia, che legge, che litiga, che lavora, occupata nei bagni….. Sono sferzata dal vento, dall’acqua, dalla neve, il sole mi riscalda di giorno, la luna m’illumina la notte. Bevo la pioggia e mangio la neve, non ho cibo e sembro non risentirne, talvolta dormo e sogno, ma nessun sogno è mai interamente un sogno.

E la mia folle discesa prosegue nell’indifferenza generale, ed anch’io sono ormai indifferente alla mia sorte. All’inizio quando la curiosità della situazione aveva il sopravvento riuscivo a guardare con attenzione dietro le finestre, rubando scorci d’intimità, mandavo baci ai bei ragazzi, sorridevo ai bambini, agitavo le braccia se mi sembrava d’aver riconosciuto qualcuno.

Poi cominciavo anche a sbattere gli arti come per volare o nuotare, e riuscivo a compiere qualche piccolo spostamento nella direzione voluta. Ma mi sono stancata presto di questi giochi e sempre più mi sono chiusa in me stessa cercando d’ignorare il più possibile questo folle mondo che sale vertiginosamente sempre più in alto. Adesso ne sono sicura: è il mondo che viene scagliato in alto nei cieli, mentre io sono ferma, immobile a mezz’aria. Per due volte ho incrociato persone che erano nel vuoto come me, la prima fu una bambina che avrà avuto sei o sette anni, completamente nuda, nera di pelle, mi ha sorpassato in fretta venendo dal basso ed ho lasciato che volasse sempre più in alto sopra di me.

La seconda era un bel giovane in abito scuro con una cravatta azzurra, m’è sembrato in abito da cerimonia, ma stringeva in una mano una borsa di pelle nera, mi ha superato scendendo in tutta fretta, gli ho fatto cenno e lui mi ha risposto agitando il braccio libero, gli ho urlato qualcosa, ma la voce s’è persa nel vento, allora ho cercato di raggiungerlo, ma tutto è stato inutile.

Sto ancora precipitando ed ho ancora indosso tutti i vestiti di quella lontana festa e sono incredibilmente ancora in ordine: un piccolo abito di seta verde che lascia vedere in trasparenza tutto il mio corpo nudo, un bracciale d’oro ed una collana di perle, solo le scarpe se ne sono andate chissà dove.

Le finestre non sono più rettangolari adesso, ma rotonde, tutte rotonde, come grandi oblò di nave, ed il colore della luce dietro queste finestre rotonde da lavatrice è decisamente giallo. E dietro vedo muoversi strane forme con grandi occhi piatti, rotondi, tutti d’un bianco abbagliante. E precipito, sto continuando nella mia corsa, oppure è il mondo che sale, questo mondo che sta divenendo sempre più strano e sale sempre più mentre io sono lì ferma a mezz’aria, immobile.

C’è qualcosa che sta velocemente scendendo verso di me, è un animale marino, sembra una medusa, è bianco, trasparente e muove convulsamente dei tentacoli, sul manto distinguo chiaramente due occhi, vuoti, bianchi, rotondi, piatti, sono identici a quelli che mi guardano con indifferenza da dietro gli oblò.

Mi sorpassa veloce scendendo in picchiata ed a mo’ di saluto agita ancor più i tentacoli bianchi e traslucidi nella mia direzione. Riesco a girarmi con la testa rivolta verso il basso, ormai sono brava a compiere queste manovre, e lo saluto, come si saluta un amico sulla nave in partenza.

E precipito, seguito a precipitare, o è il mondo che sale ed io sono ferma a mezz’aria.

di Vittorio Baccelli