Per le vie di Torino

marzo 24, 2002 in il Traspiratore da Redazione

Via Bologna

Prima di via Bologna, il pullman apre le porte e aspetta.

Sul marciapiede, sotto il riparo della balaustra, c’è un uomo. Robusto, straniero, con il cappottone grigio scuro, di ordinanza per tutti i nord africani in Italia.

Gli occhi sembrano palle nere incastrate tra grinze di carne. I capelli sono compatti, sopra la fronte libera a righe.

L’uomo sta in piedi, in mano una bambina di uno o due anni, un giubbotto gonfio a palloncino rosa, le guance fredde e il cappello a cuffia, ricevuto da qualche chiesa.

L’altra mano dell’uomo si libera lasciando la presa di un’altra figlia. Più grande della piccola, già da scuola. Magra, con la coda dei capelli neri che sbatte sopra lo zainetto, la bambina sale sul pullman da sola.

Si gira a dare le spalle a tutti i passeggeri, sorridendo. Ha di fronte suo padre e sua sorella che la guardano. Lei guarda loro fissamente, sempre con un velo in bocca.

Il padre la osserva serio, le dà istruzioni nella loro lingua, la piccolina fa ciao con la mano. Il padre volta la sua smorfia a lato. Ma già l’autista riparte, così si gira di scatto, dal punto nell’orizzonte annacquato sul quale si era posato, rifissa la figlia, oltrepassando il vetro, la porta, i passanti che non si accorgono degli sguardi e dei movimenti con le mani.

La bambina sul pullman segue, con gli occhi voltati, le figure sulla strada che si allontanano. Seria, concentrata, tremando, inizia a contare le fermate.

Via delle Pervinche

In via delle Pervinche c’è un minuscolo campo di calcetto, con le porte sottili, fatte quasi di ostia.

Questo campo è incastrato all’ingresso (o alla fine) della via vicino al capolinea degli autobus marci; dall’altra parte del serpentone, il bar osteria Stella rossa è il casello di confine prima di immettersi nella spina dorsale sghemba del quartiere.

Il sangue si ferma placidamente, sfilando oltre il curvone pericoloso e quella casa verde diroccata: il giardino incolto nasconde la voragine sulla parete interna. Come un pannello mobile tolto lasciando la stanza al cielo orizzontale.

Gli alberi iniziano man mano che si procede avanti, alberi come buchi neri che risucchiano la luce, risplendendo di scuro sotto, dove le panchine si aggrovigliano tra loro, sugli aghi di pino.

C’è odore di resina sempre.

I ragazzi, la sera, alle fermate del 59 sono satelliti ciondolanti e risate fragorose. Con le autoradio e le canne si deve coprire il disagio, il silenzio.

La notte infiamma di tiepido sfizio, i passanti solitari con i cani vicino vanno lenti verso un sonno sfuggente.

In via delle Pervinche, le anziane stanno fino a tardi le sere d’estate e prima ancora, affacciate da sole ai balconi a ricamare i fili degli strascichi di parole del pomeriggio, o a rubare, afferrando per i denti, discorsi bassi, visioni di altri, rapide occhiate; le paure senili stanno lì sul letto, ad aspettarle, sospirando rumorosamente.

Il Traspiratore – Numero 35

di V. Ferro