Notarelle sconclusionate dall’Honduras

settembre 16, 2003 in Viaggi e Turismo da Redazione

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La sveglia antelucana, il freddo delle 6.30 del mattino, il taxista portoghese, l’alba bella di Ginevra abbracciata da montagne spolverate di neve, il volo che sembra tracciato per gioco con un compasso e che ti porta dall’Europa a Miami passando quasi per il Polo Nord, e quasi dieci ore passate così, volando ma senza potere vedere la Terra in basso, fra film e libri e sonnolenza. L’aereo facilita tutto e complica tutto, adesso, alle mie nove di sera, la luce è ancora quella delle tre di pomeriggio, e non mi sembra normale. All’atterraggio a Miami, i controlli di sicurezza sembrano non finire più, la Florida intorno all’aeroporto è una bruttura di autostrade, motel e palme inutili, la ragazzina della reception di questo hotel per passeggeri in transito stenta a capire che la “Repubblica Italiana” di cui si parla sul mio passaporto e l’”Italia” sono la stessa cosa, insomma, amen, sarà che sono stanca, aspettiamo domani.

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Stavolta ho ottenuto il posto finestrino. L’Honduras visto dall’aereo ricorda la terra – la terra così come forse era all’Inizio, verde scuro e colline e montagne e corsi d’acqua, e baracche isolate. L’aeroporto di Tegucigalpa me lo ricordavo, anche se non ci sono mai stata, perché ci vedo la stessa rude e inelegante essenzialità degli aeroporti indiani o africani; e la città la riconosco per l’averla immaginata, traffico caotico, case basse, cavi dell’elettricità, botteghe, Mac Donalds, facce indie, rumore. Ora, in albergo, la città è un tappeto di luci, vegliata dalla statua di un Cristo monumentale con le braccia abbassate, si direbbe in segno di resa. La luna è una fetta di limone appesa in mezzo al cielo, sdraiata sulla gobba, mi pare che dorma con gli occhi aperti. O che sogni con gli occhi aperti, guardando altrove, anche se qui intorno, e qui in basso, tutto sommato è bello.

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Tramonto o quasi, dalla terrazza di casa di un amico. Un aereo taglia a metà il cielo incendiato di un arancio intenso e acceso, la città dormicchia la sua domenica, questa città che forse potrebbe essere ovunque in America Centrale o nei Caraibi, con case basse e chiese spagnole e anche un’urbanistica affascinante e ostile, strade inerpicate su e giù per la collina con salite e discese ripidissime, su cui si arrampicano i 4×4 dei ricchi e gli sgangherati taxi e tutta quanta l’altra gente che va a piedi. Davanti a noi, una collina da cui Mitch (l’uragano) qualche anno fa ha sradicato tutto un quartiere. Dietro di noi, la collina dove il povero Cristo monumentale sembra indicare, con le braccia abbandonate verso il basso, un’altrettanto monumentale insegna della Coca-Cola, di cui ieri notte non mi ero resa conto. Cani, auto, musica e bambini in lontananza. Il cielo è così acceso che mi illumina il foglio di arancio. La birra si chiama Salvavida (è di produzione nazionale) e non è male.

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Trappole del castigliano in versione centroamericana: l’auto si chiama carro invece che coche (il coche, in cambio, diventa il carro a trazione animale). Il denaro mi pare che sia plata. L’innocentissimo “coger” (cogliere, prendere) pare che abbia una certa connotazione sessuale, e per evitare gaffes è meglio sostituirlo con “tomar”.

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Trasferimento in pulmino a Tela, nel nord del Paese, sulla costa atlantica, approfittando di un passaggio di amici. Paesaggio di verdi colline coniche, paesini, bananeros. Non avrò il tempo di visitare le comunità garifuna, e quindi non avrò neanche il tempo di riflettere sui crimini perpetrati dalla nostra civiltà in questi paraggi. Però, ho la fortuna di recuperare –e leggermi sul posto- un romanzo di Ramòn Amaya Amador, uno degli scrittori hondureni che con più passione si siano dedicati a ricostruire la storia della regione. In questo libro (“Con la misma herradura”) si decrivono le vicissitudini di un gruppo di frati e di militari spagnoli, venuti gli uni per convertire, gli altri per conquistare, e si racconta la disperata difesa dei nativi, che tentano di preservare la propria cultura e la propria vita. Dubito che il libro (Editorial Guaymuras!) sia mai stato stampato o tradotto fuori dall’Honduras, ed il livello del mio castigliano non è sufficiente per dirne il valore letterario; ad ogni modo, la capacità di raccontare una storia e di coinvolgerci il lettore è straordinaria, io mi ritrovo con il cuore arrabbiato e gli occhi lucidi ben più di una volta.

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San Pedro Sula, centro economico del Paese, molto più moderna di Tegucigalpa, di quella modernità brutta fatta di arterie stradali ampie, fast-food e pubblicità prepotenti, che illuminano la notte e la gente che muore sola di overdose al bordo della strada. L’Honduras, sia detto en passant, è al primo posto per prevalenza dell’AIDS in America Centrale, oggi come oggi circa 6,000 persone hanno bisogno urgente di terapia antiretrovirale, però solo 200-300 la stanno ricevendo in questa giornata di novembre. Ma qui c’è anche, accanto alla nuova patologia dell’AIDS, la vecchia malattia di Chagas, una patologia esclusivamente latino-americana (parente della malattia del sonno africana) e che fa un sacco di morti silenziosi: la maggior parte muore di patologie cardiache, spesso neppure diagnosticate. Servirebbero farmaci nuovi, non ci sono i fondi (e la volontà) per cercarli.

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E adesso sono all’aeroporto di san Pedro Sula, dilapido in caffè le poche lempiras che mi restano e scribacchio notarelle sconclusionate, per rileggerle fra qualche anno e ricordarmi almeno di come era la luna sopra Tegucigalpa e delle comunità garifuna, con la loro cultura ed i loro diritti su cui vorrei trovare il tempo di sapere di più.

di raffa