Notarelle sconclusionate dal Malawi

settembre 1, 2003 in Viaggi e Turismo da Redazione

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Tardo pomeriggio, volo per Nairobi, stiamo volando su Torino, a bordo proiettano (sorpresa! …almeno, per me) il seguito di Peter Pan: la figlia di Wendy finisce sull’Isola Che Non C’è, ma rifiuta di credere alle favole, poi si lascia convincere, e così salva la vita a Campanellino ed impara finalmente a volare. Bella storia, bella idea quella di proiettarla in aereo.

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Tarda mattinata, volo Nairobi-Lusaka (Zambia)-Lilongwe (Malawi). Dopo la vista spettacolare sul Kilimangiaro, che svetta sul mare soffice delle nuvole come un Olimpo molto più possente dell’originale, ora la terra in basso è piatta e bruciata, verde scuro e rosso-bruno.

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Mezzogiorno a Lilongwe, capitale del Malawi, un paese con aspettativa di vita media che per colpa dell’AIDS minaccia di ridiscendere sotto ai quarant’anni (detto così, è un freddo dato epidemiologico: ma immaginatevi per un attimo cosa può volere dire per una persona vera, in carne ed ossa…). Mi guardo intorno e mi sembra di essere in East Africa: si guida a sinistra, ci sono alberi in boccio che sembrano grandi mazzi di fiori e che ti danno la voglia di raccoglierli, la terra è rossa, ci sono chioschi lungo la strada, c’è tanta gente che cammina, praticamente dappertutto c’è gente che cammina. Come spesso mi capita, trovo la campagna africana bella e “karen-blixiana”; come spesso mi capita, trovo la città africana inquietante (anche se Lilongwe, nel suo genere è abbastanza bellina). Mi irrito quando mi chiedono se ho il “mal d’Africa”, genericamente inteso in quel senso romanticheggiante, mezzo bucolico e mezzo hollywoodiano. “Mal d’Africa” non è forse piuttosto questo senso amaro di sconfitta collettiva, fra rabbia e rassegnazione, che si respira in certe capitali sub-sahariane? Il Malawi, in linguaggio tecnico, è classificato come “least developed country”, in pratica significa che fa parte del gruppo di una cinquantina di Paesi definitivamente esclusi dalle magnifiche sorti e progressive dell’economia globale (troppo deboli per tentare di riacciuffarla: e poi lei, l’economia globale, in genere non rallenta per aspettare). Sono qua per lavoro, non penso che avrei mai il coraggio di venire a fare del turismo fra gente che guadagna due dollari al giorno.

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Viaggio in auto per andare Blantyre, principale centro economico del paese: un po’ come se si viaggiasse da Roma a Milano, solo che qui la direzione da prendere è quella verso sud. Si scende lungo il Rift, il paesaggio è bello e ricco di montagne e colline, la strada è tutta asfaltata ed in condizioni proprio buone. Cinque ore di strada, ed alle otto siamo a Blantyre. Intanto, la stagione delle piogge tenta timidamente di iniziare, ma evidentemente non è la serata buona, la gocciolata non dura più di un quarto d’ora.

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Nonostante i miei fermi propositi anti-turistici….. domenica, gita in barca al Parco Nazionale di Liwombe. I principi sono forti, ma la curiosità è debole. Due ore di macchina verso Nord, e poi si risale per un paio d’ore un fiume di cui ho già scordato il nome, ma di cui so che è emissario del Lake Malawi ed immissario dello Zambesi. Incrociamo uccellacci e uccellini, babbuini e ippopotami, e simpatici elefanti che pranzano con gli arbusti tenerelli della riva. La gente, che qua intorno vive di pesca con la rete, risale il fiume anche nelle acque protette del parco: la loro preda principale è un pesciolone che si chiama jambo. Fa un caldo sensazionale; un signore anziano si prepara un cappellino con il fazzoletto, praticando quattro nodi ai quattro angoli, e questo semplice gesto mi sconvolge completamente, ha avuto su di me un immediato effetto-madeleine, lampi di tempo perduto, chi diavolo si faceva –o mi faceva- il cappellino così, non lo so ma me ne ricordo, dev’essere un ricordo dei miei tre anni, o anche di prima. Le gite in barca sul fiume le gestisce una signora inglese, dello Yorkshire, in apparenza duretta ma sostanzialmente mi sembra che sia corretta con i suoi. Non è sempre così: gli europei che in questi paraggi amano farsi chiamare “master” sono ben lungi dall’auspicabile estinzione.

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In attesa, all’aeroporto di Blantyre, del mio volo Dar El Salaam-Nairobi, mi chiedo chi sarà stato mai il signor John Chilembwe, la cui faccia seria mi osserva dalle banconote di 5, 10, 20, 50, 100 e 500 kwacha, ma è troppo tardi, per stavolta, per scoprirlo. Ci stanno chiamando, mentre io ripasso mentalmente tutti i numeri dell’AIDS (siero-positivi, malati, bisognosi urgentemente di terapia, quanti bambini, quante donne, quanti soldi ci vorrebbero per curare tutti…) e i numeri si incrociano con i volti e diventano incredibilmente ed urgentemente veri. Intanto decolliamo, direzione Kilimangiaro e poi Europa.

di raffa