Museé du Quai Branly

novembre 8, 2006 in Viaggi e Turismo da Stefano Mola

Museé BranlyMuseé du Quai Branly. L’hanno aperto in maggio, quest’anno. Un edificio tutto nuovo, dedicato alle collezioni delle opere e dei manufatti delle popolazioni extra-europee. L’edificio, progettato da Jean Nouvel è un’opera d’arte. Purtroppo, all’interno non ho potuto fare foto. Toccherà accontentarsi delle parole. Fate un giro nel sito del museo.

La rampa di ingresso alle sale, per esempio. Non è una scala. È un sinuoso piano inclinato, un serpente che si attorciglia in un percorso a spirale attorno a un cilindro trasparente tutto pieno di strumenti musicali dei popoli del mondo. Mi sembra che serva a preparare , a rallentare, a sospendere, a creare un’attesa. Ci sono immagini e suggestioni che rimandano al mare. A un certo punto si calpesta un’immagine proiettata sul pavimento: sono onde, in movimento, spuma, risacca. Verso la fine, pochi metri prima di entrare al primo piano dove ci sono le collezioni, la rampa piomba quasi nel buio. Al di là si intravede solo penombra. La luce dell’esterno è filtrata da delle griglie sovrapposte alle finestre (credo che le griglie siano orientabili in modo da poter modulare la luce a seconda dell’ora e del giorno).

L’impatto è forte. In questa penombra le opere sono evidenziate da piccoli coni di luce calda che le estraggono dalla penombra, e si presentano in tutta la loro natura di segni. Non so se sia soltanto la mia suggestione, ma il risultato è una consistente densità di mistero, come le figure stilizzate, le statue svettanti, i monili, le maschere, i tessuti racchiudessero una tensione di significato che non oltrepassa le superfici, i contorni, le ferite nel legno, le incisioni nella pietra.

Museé BranlyLo spazio interno è organizzato in forme morbide, prevale la linea curva, i contorni che separano una sezione dall’altra sono tutti arrotondati. Anche questa scelta probabilmente è una forma di preparazione. Come se fosse necessario un ammorbidimento stesso dell’occhio e soprattutto del pensiero che gli sta dietro, un richiamo all’attitudine dell’accoglienza. Non si può attraversare il mistero lungo una linea diritta (come dice la canzone: Je ne t’attends pas au bout d’une ligne droite/Je sais qu’il faudra faire encore des détours).

Si può scegliere di leggere le didascalie oppure di semplicemente di lasciarsi trasportare dentro questa specie di sogno dove dominano simboli di un altro inconscio, di altre esperienze, di altri luoghi, di altri tentativi di spiegazione, di altre risposte forse riconducibili alle stesse nostre domande: perché siamo qui, che cosa dobbiamo fare, come possiamo amare, c’è qualcosa dopo, cosa ci lega ai nostri simili. Chissà se possiamo davvero afferrare qualcosa di tutto questo e portarlo via con noi.

di Stefano Mola