Morozzi per Traspi.net

ottobre 5, 2003 in Libri da Stefano Mola

MorozziGianluca Morozzi, classe 1971, bolognese, con “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto però le ho fatto” (leggetene la recensione su Traspi.net), ci parla del suo libro e racconta divertenti episodi accaduti durante le sue presentazioni in giro per l’Italia

Come è nata l’idea di “Dieci cose”?

È nata durante un pranzo col mio editore Giorgio Pozzi. Circa a metà della seconda bottiglia di Sangiovese gli ho detto “Potrei scrivere un romanzo che parli di dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto però le ho fatte”, e lui si è illuminato, ha detto E’ un titolo bellissimo!, io ho precisato Non è il titolo, è l’idea, lui ha ribadito, no, no, è un titolo bellissimo. Il pranzo è terminato con l’autore e l’editore alticci che disegnavano una bozza di copertina sui tovagliolini di carta de la Ca’d vin di Ravenna…

Gli episodi della vita del protagonista non rispettano la sequenza temporale: come mai hai fatto questa scelta?

Mi sembrava rendesse più interessante il mosaico. Prendi la storia d’amore con Valeria: nel secondo capitolo se ne racconta la squallida fine, nel settimo il suo intero svolgimento attraverso una serie di strani concerti, e nell’ultimo, come se nulla fosse, si ritorna indietro al primo san Valentino passato insieme… oppure pensa al Geco, abbastanza immondo nel capitolo di Taranto, che nel capitolo su Tania e l’esoscheletro ritroviamo con qualche anno in meno e mille sfighe sulle spalle… o le evoluzioni della stessa Bussolari Zelda, papa-girl, mostro della scuola, fidanzatina muta… Lo svolgimento cronologico avrebbe appiattito tutto, secondo me.

Una delle invenzioni secondo me più felici del libro è il personaggio di Raul: puoi spiegarci come ti è venuta l’idea? È stata un’esigenza “tecnica” per avere, oltre a Bussolari Zelda, un altro filo che cucisse gli episodi? (posto che come spero Raul sia una invenzione e non un personaggio reale)

Esattamente. Bussolari Zelda era il filo conduttore degli episodi ambientati nel passato, Raul di quelli ambientati nel presente. Nel periodo in cui ho iniziato il libro c’erano state degli attacchi alla mia scrittura provenienti da alcuni forum letterari, e di colpo in questi forum erano sbucati personaggi stranissimi e quasi maniacali che mi difendevano con una violenza inusitata… allora mi è venuta l’idea di ripescare il personaggio di Raul (che era comparso in un racconto d’appendice sulla rivista Fernandel) e di farne il filo conduttore… alla fine, tutti quelli che hanno letto il romanzo mi parlano di Raul, per cui direi che il personaggio è riuscito. Ah, il secondo dei bersagli di Raul, l’autore di Afrodite in monokini al quale distruggo la tenda della doccia verso la fine del libro è in realtà Michele Governatori, autore di “Venere in topless” (Fernandel).

Javier Cercas, che di recente ha vinto il Grinzane con “Soldati di Salamina” ha dichiarato che col suo libro intendeva rendere manifesto il fatto che “ogni narratore è inventato”, perché “scrivere è fabbricarsi una identità”. Quindi, un “racconto reale” è impossibile, perché esiste sempre e comunque un punto di vista. Indipendentemente dal fatto che gli episodi del libro siano effettivamente o no parte della tua biografia, cosa ne pensi?

Sono d’accordo. Un romanzo autobiografico non è un diario, c’è sempre lo schermo del narratore a fare da filtro. Tanto che le vicende del libro sono sì autobiografiche, ma qualcosa di romanzato c’è un po’ in tutti gli episodi…

Hai avuto una estate piuttosto densa di appuntamenti e presentazioni col pubblico. Che effetto ti fa? C’è qualche episodio che ci puoi raccontare?

L’effetto è molto bello e positivo, amo andare su e giù per l’Italia a presentare i miei libri e a incontrare i lettori. Episodi che si sono verificati durante il tour… A Genzano ero sul palco accanto a un’attrice ucraina, protagonista del film Fallo di Tinto Brass, c’era un giocoliere che intratteneva il pubblico tra una lettura e l’altra, a un certo punto gli è sfuggita una torcia infuocata, è atterrata a un centimetro dai miei libri. Alla festa di Liberazione di Modena ho presentato il mio libro tra l’orchestra di liscio e una rumorosa band folk-rock. A Porto Santo Stefano mi sono trovato in una villa confinante con una casa di riposo, per cui metà del pubblico era composto da anziani mezzi sordi con le infermiere. A Fano ci hanno chiesto di fare qualcosa che andasse oltre la pura presentazione, e allora io e Giorgio Pozzi ci siamo esibiti come duo elettroacustico, due chitarre e una voce (la mia). Alla festa dell’Unità di Castenaso ho presentato il libro a mezzogiorno di una domenica rovente di giugno, sotto un tetto in lamiera cotto dal sole. Alla festa dell’Unità lo presentavo a pochi metri da un cantante di pianobar e per tutta la sera è stata una gara di amplificatori, io alzavo il volume del mio, lui alzava il suo, io alzavo il mio, lui alzava il suo. A Granarolo c’era un articolo su Repubblica che mi presentava prima come Gianluca Marozzi poi come Giancarlo Morozzi, il tutto in dieci righe. A Sermide un colpo di vento ha fatto cadere un gigantesco ombrellone a pochi centimetri da me e da Davide Bregola, rischiando di privare la letteratura italiana di due giovani autori in un sol colpo. Potrei continuare all’infinito.

Quali sono le tue letture? C’è qualche libro o qualche autore che di recente ti ha particolarmente colpito e di cui vorresti parlarci o consigliarci?

Le mie letture sono variegate, dai classici Carver e Bukowski a Paolo Nori ai fumetti Marvel. L’ultimo libro letto è stato “Il serpente” di Malerba.

Come consiglio, ti propongo due esordienti per Minimum Fax: Valeria Parrella con “Mosca più balena”, Ernesto Aloia con “Chi si ricorda di Peter Szoke”?

Poi avrei diversi nomi di autori Fernandel, ma si cadrebbe nel conflitto d’interessi, temo…

di Stefano Mola