Missione Tanzania

luglio 5, 2002 in il Traspiratore da Redazione

31347I preparativi

Era ancora solo gennaio ma già si annusava l’aria per cogliere le occasioni di vacanza per il periodo estivo. Dopo due anni di soggiorni alternativi, inter-rail e trekking sui sentieri della Corsica, bisognava trovare un’idea nuova e ugualmente eccitante; e come sempre al risparmio. Un gruppo di amici fece la proposta. Una proposta allettante, per la quale però non basta essere alla ricerca di vacanze avventurose e originali, ma ci vuole qualcosa di più: la disponibilità a darsi al di là dell’economico.

“Perché non andare giù in Africa in qualche missione?” fu la proposta.

Solo con i verdi appezzamenti geometrici attorno all’aeroporto di Addis Abeba in rapido avvicinamento fu chiaro che, dopo i lunghi mesi di preparazione, il viaggio si stava verificando. Non appoggiandoci a nessuna associazione e prendendo direttamente contatto con le Suore Missionarie della Consolata, sette amici ed io eravamo riusciti a partire per tre settimane di esperienza in Tanzania, paese della costa orientale dell’Africa, proprio sotto il Corno ed il Kenya.

Avevamo dovuto aspettare tre mesi per una risposta positiva delle suore della Tanzania, organizzarci delle serate d’incontro per la nostra formazione personale e per la pianificazione della vendita di magliette in tutta la città (un plauso ai seicento fortunati che oggi possono esibire la t-shirt “Kutoa ny moyo usambe ni utajiri”!).

Ilamba

Ma ormai è tutto alle spalle, mentre il velivolo dell’Ethiopian Airlines ci deposita all’aeroporto, questa volta di Dar Es Salaam. Qui inizia il nostro contatto con le suore tanzaniane e il nostro peregrinare tra varie missioni, oscillando da situazione iper-spartane a lussi indicibili (dall’acqua corrente a internet!).

La prima settimana finiamo in piena montagna, in mezzo ad un paesaggio che ricorda molto le Langhe per asprezza di saliscendi. La missione locale che ci ospita è sorta da soli due anni e per noi è come vivere l’esperienza dei primi missionari: acqua da andare a prendere a ben trecento metri di dislivello sulla collina, lampade da pioniere a rischiarare le lunghe serate (che iniziano alle sette di pomeriggio!), poco riscaldamento e tanto fumo dal caminetto del locale giorno.

In particolare, ad Ilamba, dove non esiste possibilità di commercio e quindi di spendere i pochi dollari non ancora cambiati, il bene più prezioso è l’acqua, per quanto sulla sua qualità ci si debba accontentare! Filtrando, bollendo e amuchinando il liquido semitrasparente, si ottiene qualcosa che qui in Italia sarebbe ancora lungi dall’essere considerato potabile, ma che là, nella sua opacità, è la quasi unica possibilità per dissetarsi. L’alternativa è riempirsi delle bolle di gas di Coca, Sprite e Fanta, perniciosamente presenti in qualunque recondito e polveroso anfratto del Paese. Ma su questo sorvoliamo.

Dopo la toccante esperienza di Ilamba, dove ragazzi della nostra età studiano duro per mezza giornata e lavorano per sostenere la comunità nell’altra metà (lavori del tipo: per tutta la notte, ogni venti minuti, scendere nel pozzo e svuotarlo dall’acqua risorgiva che rischia di far franare le pareti dello scavo), andiamo per due giorni in città, con la possibilità di scrostarci le placche di sporco e terra che ormai pezzano i nostri corpi. Ennesima levata alle cinque di mattina, per poter prendere il pullman, e partenza per la costa.

Kibiti

L’esperienza in missione, infatti, continua a pochi chilometri dal mare, in un ambiente geo-sociale molto diverso, con problemi differenti. Se ad Ilamba il clima è fresco, a metà tra l’alpino e l’hawaiano, salubre, la gente socievole e ci si ammazza di lavoro, a Kibiti, sulla costa, le persone sono meno espansive, seppur al di sopra dei canoni europei. Sulla costa il caldo e la bassa pressione sono decisamente protagonisti e le condizioni di salute della popolazione ne risentono continuamente: i bambini sono quasi tutti ammalati di malaria, grandi e piccoli si ammazzano molto meno di lavoro (basta il sole a spomparti!). Anche l’acqua è più difficile da utilizzare, per quanto non sia assente, come dimostra la ricca vegetazione.

Se uno dei problemi storici più gravi è l’analfabetizzazione, altri sono in agguato: il crescente fondamentalismo islamico, ancora non sfociato in atti di violenza, e la piaga dell’AIDS (fortunatamente non ancora così devastante nella regione di Ilamba).

Nella missione di Kibiti i ritmi sono quindi più allentati, quasi da villaggio vacanze. Le suore ci coccolano e ci rimpinzano a forza di papaya e manioca ed una di loro ci mostra la costellazione della Croce del Sud. Non mancano comunque i disagi: tutte le notti, alle quattro, simpaticissime scimmie iniziano a schiamazzare davanti alle finestre della nostra stanza e qualsiasi tentativo di farle tacere non procura altro che un aumento del volume delle grida. Con l’acqua che c’è, invece, ci si può cimentare in esperimenti scientifici guardandone il deflusso nei lavabi, che avviene con moto circolare, ma verso contrario rispetto al nostro emisfero.

Safari e via

In extremis riusciamo ad organizzare anche un safari, ma quanti patimenti! Sveglia alle quattro e partenza mezz’ora dopo, con la bellissima sorpresa della vista di Orione, che scende a far capolino anche nell’emisfero australe. Le quattro ore per arrivare al Parco Selous sono già di per sé un safari, con piste polverose e buche da evitare per non risvegliare un profondo senso di nausea in tutti quanti; ma il peggio deve ancora venire. Caricando a bordo la guardia del parco, il nostro Land Cruiser conta alla fine undici passeggeri, grondanti sudore e ricoperti di sabbiolina. Lo zoom della mia Pentax scricchiola ad ogni tentativo di rotazione, segnale della presenza di corpi estranei nelle fessure. I finestrini posteriori dell’automezzo non sono apribili e la distanza tra pianale e seduta delle pseudo-panche è di una ventina di centimetri; chiaramente manca lo schienale per cui ci si deve accontentare delle gibbose ripiegature della lamiera (guarnite di bulloni!) per appoggiare quel che resta della spina dorsale. Dopo le sei ore di safari e le tre e mezza di ritorno a casa, finalmente ci si abbandona sotto una refrigerante doccia.

I giorni della vacanza e delle missioni sono volati e con gli amici ancora si scherza sulle difficoltà incontrate. A tutti noi rimane la soddisfazione e la pienezza dell’esperienza, nonché i regali ricevuti dai nostri nuovi amici, molto più poveri di noi, ma che con estrema serenità ci hanno voluto lasciare un presente. Una cartolina, un lavoro makonde, dei kanga, una maglietta. Al ritorno in Italia, la valigia era quasi più piena che all’andata, pur avendo lasciato laggiù medicinali e svariati milioni per i progetti umanitari delle suore. Qualcuno di noi ha nostalgia della Tanzania e vorrebbe tornarci. Chissà, in futuro, magari. Lasciamo solo ammortizzare le spese.

Kwaeri!

Il Traspiratore – Numero 37-38

di D. DID Cirio