Metropolitan prints di Fabrizio Savino per Traspi.net

novembre 16, 2009 in Musica da Cinzia Modena

Viaggiando in lungo ed in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso”. Sepulveda

Metropolitan Prints_Fabrizio SavinoPubblicato con l’etichetta Alfamusic Studio, Metropolitan Prints è l’ultimo lavoro del pugliese Fabrizio Savino.

Non è un album da ascoltare quando si è presi nella morsa frenetica della fretta. Dal ritmo “slow”, infatti, guida verso un mondo dalle tonalità notturne, dalle emozioni dei sogni fatti ad occhi aperti e di quelle assaporate lentamente. John Street e Dreams at 3 p.m. sono due begli esempi di brani la cui entrata nel vivo è guidata da un intro di sax che coccola e fa strada verso fronde che si aprono su quel mondo che il nostro essere sa di desiderare.

Fabrizio Savino e il suo quintetto ci guidano lungo sentieri che ci sono familiari ma che avevamo dimenticato o non riuscivamo più a trovare.

Semplicità e immediatezza. Ricchezza e complessità compositiva. Eppure traccia dopo traccia la costruzione sembra intuitiva. Questo è Metropitan Prints.

In Seven Towns, fantastico brano latin jazz dagli influssi della migliore scuola italiana, sax e tromba da una parte duettano con basso e percussioni dall’altra e insieme tinteggiano la tela della nostra mente con pennellate abbozzate dai toni caldi. I fiati sono appena gridati e la batteria incomincia a farsi sentire nella sua pienezza solo arrivati nel cuore della composizione, quando interviene un assolo di chitarra. Dove siamo? Nella terra senza confini!

Chilometri in pensieri è una perfetta danza tra sentimenti raccontati sotto lampioni di ampie vie, la cui monotonia è giusto intervallata dall’uscita di persone dalla metropolitana o dai locali che vi si affacciano. Scene osservate all’ombra del fumo di sigarette.

Infine Traffic on my brain è esattamente come fa trasparire il titolo. Caotica e devastante. Agli antipodi rispetto alla soft ed elegante “John Street”. E vien da chiedersi se questa ultima traccia sia la fine di uno strano viaggio o il preludio di uno nuovo!

  • METROPOLITAN PRINTS

    Fabrizio Savino, guitar

    Luca Acquino, Trumpet, flugehorn, electronics

    Raffaele Casarano Alto e soprano Sax, electronics, voices

    Mike Minerva Double bass, electronic bass

    Dario Congedo Drums, electronics

    Due parole con Fabrizio Savino

  • All’ascolto del Cd, traccia dopo traccia, non si può non sentire una certa positività nelle note che fluiscono quasi come onde del mare. Cosa ti ha ispirato in questo “viaggio?”

    F: Il lavoro nasce dal mio bisogno di racchiudere in musica un percorso della mia vita. Il tema principale del disco è la Città, da qui infatti il tiolo METROPOLITAN PRINTS. E’ un mondo di emozioni senza una reale dimora. Racconti, amori, dediche, ansie, sogni, speranze, colori, sguardi, profumi: è un misto di immagini vissute ed immaginate. Un racconto di ciò che è stato fino ad oggi, della mia ricerca artistica/musicale. Ogni brano del disco è una storia ben precisa, dalla dedica di John Street ad un artista che mi ha accompagnato in questo percorso (John Scofield), a Metropolitan Prints, una sorta di review di emozioni in viaggio, alle riflessioni notturne di Chilometri in pensieri, all’incalzante Seven Town, fino ad arrivare all’assurdo di Traffic on my brain. Tutte con un tema principale: la Città, vista come punto di energia ma anche come d’oppressione.

  • Questo è un lavoro dalle sonorità jazz molto “latine”. Quali gli accorgimenti d’elezione che offrono questa connotazione alle musiche?

    Metropolitan Jazz_18 nov BariF: Credo che sia molto difficile dare una connotazione di sonorità a composizioni originali. Mi spiego meglio. Quando un brano nasce, nasce da un idea che poi viene rielaborata in musica. Se c’è bisogno di ritmi latin, funk, swing o quantr’altro è solo l’idea a deciderlo. E’ come essere “schiavi” della musica. Dove è la musica stessa a farne da padrona melodicamente e ritmicamente. Chiaramente il tutto sempre rielaborato con la sensibilità dei musicisti che prendono parte alla realizzazione di essa.

  • Ci sono contaminazioni da altri filoni artistici o generi musicali?

    F: Le influenze sono molteplici. Parlando di questo disco, ho cercato il modo più diretto di raccontare la metropoli. Infatti tutti gli otto brani di Metropolitan Prints sono ritmicamente differenti. Proprio per voler raccontare gli aspetti più differenti della città. L’utilizzo dell’elettronica sui fiati, effetti su basso e chitarra, groove di batteria costanti, mi hanno dato la possibilità di raccontare un viaggio. Il tutto chiaramente racchiuso in un linguaggio: il Jazz!

  • Parlaci di te e di come è nato il progetto con il quintetto che ti accompagna

    F: Ho conosciuto la musica e di riflesso la chitarra per caso. Ho iniziato a suonare all’età di 17 anni, e come tutti i chitarristi, mi sono accostato immediatamente a sonorità più rock, Hendrix su tutti! Di lui mi hanno affascinato le sue composizioni. Da li ho iniziato un percorso di studi a Roma c/o la Percentomusica dove ho avuto la possibilità di studiare, parlare e condividere musica con musicisti di calibro del panorama musicale italiano. Su tutti cito due persone che mi hanno dato tantissimo: Fabio Zeppetella e Umberto Fiorentino. Con loro ho scoperto il Jazz non solo come genere musicale ma sopratutto come pensiero, esplorazione interiore, e linguaggio. Tutt’ora è per me una filosofia di vita. Con il jazz ho scoperto il modo per parlare con la musica. Durante questo percorso ho avuto la possibilità di suonare con molteplici musicisti italiani e non, accrescendo in me un sempre più forte desiderio di approfondire questo linguaggio. Ed è così che ho incontrato i musicisti che poi hanno preso parte alla realizzazione del disco. Con loro si è instaurato un rapporto di amicizia, che ha dato la possibilità di lavorare alla creazione del cd con il sorriso e la curiosità di vedere ciò che sarebbe nato, oltre ad essere dei grandissimi professionisti della scena musicale italiana(Luca Aquino, Raffaele Casarano, Mike Minerva, Dario Congedo). E li ringrazio ancora per la sensibilità con la quale hanno preso parte al progetto.

  • Non si può non chiedere quali i riferimenti musicali che ti hanno accomapagnato da quando ti sei affacciato sulla scena jazzistica?

    F: Tantissimi! Di vario genere e nazione. Ne cito alcuni: su tutti MILES DAVIS, unico! John Scofiel, esuberante! John Coltrane, stellare! Fabio Zeppetella, se stesso! Enrico Rava, un grande! Igor Stavinsky, un genio! Kurt Rosenwinkel, Bill Evans, Wes Montgomery, Paolo Fresu, Sting, Steve Wonder, James Brown, Jimi Hendrix, Charlie Parker, Tuck and Patty, Sarah Vaughan e tantissimi altri…

  • Quando crei un brano nuovo, qual è lo strumento d’elezione?

    F: L’emozione! Un brano nasce dalla mente, poi diventa strumento. La chitarra è chiaramente lo strumento con il quale rielaboro le idee, ma mi è capitato di scrivere brani suonando al piano. Questi sono solo strumenti che mi aiutano a classificare le idee, ma il tutto nasce nella mia mente. Nasce l’idea, la immagino, vivo le sensazioni, sento il ritmo, l’armonia che si muove e poi nasce da sè. Fino a quando non è chiara nella mia mente l’idea non diventa strumento.

  • Una domanda un po’ impegnativa: cos’è il jazz oggi? e cosa significa fare jazz nel 2009?

    F: Vedo che l’interesse verso questa musica è in continua crescita soprattutto da parte di ragazzi che si avvicinano al ja
    zz con maggiore frequenza. Non è più un genere di nicchia, come invece è stato per anni: basti vedere quanti ragazzi partecipano a rassegne incentrate su questa musica. Forse perchè il jazz oramai è contaminato da moltissimi generi. Per esempio in Italia P.Fresu, G.Petrella, L.Aquino, Chat Noir e molti altri utilizzano l’elettronica nella loro musica, venendo dalla scuola di Nils Petter Molvaer, o anche Miles anni 80 (doo-bop). Inoltre aumentano i ragazzi che lo suonano, probabilmente perchè negli ultimi anni sono nate molte scuole che offrono questo insegnamento. Fare jazz oggi? Un modo nuovo di comunicare. Proprio grazie a queste contaminazioni, il jazz è diventato di tutti, anche se secondo me lo è sempre stato. Il jazz nacque come bisogno di parola…e lo è stato, lo è…e spero che continuerà ad esserlo… per me il jazz è JAZZ!

    di Cinzia Modena