Melina al mercato

maggio 20, 2004 in il Traspiratore da Simona Margarino

Torino era una bella piazza.

Aziz a Porta Palazzo aveva conosciuto 10 anni di bancarelle di frutta, molte botte e pochi complimenti. Ci correva in mezzo prendendo portafogli. Le mani in tasca, con cauto menefreghismo, si disturbavano a mettersi in moto quando un fiotto di soldi gli pioveva davanti, una scusa come le altre. Non riusciva che ad arrangiarsi così, per una sigaretta in più, per due fette di salame gratis, per darsi un tono.

Eccolo in pedana: gambe d’atleta e dita da arciere, un professionista del furto. Con l’onestà di chi ha perduto una corsa e crede che rubare un passaggio in autostop possa prestarti una vita nuova, meno brutta, forse addirittura decente.

Abbassava la guardia soltanto per scambiare il testimone con i suoi compagni di staffetta e di giochetti, quelli in cui non si vince mai, ma al massimo, se va male, ci si procura un po’ di fama e un numero stampato sul petto, un’impronta, digitale, che a volte ti cambia.

Questo succedeva.

Era un mondo strano, il suo. Di cento metri per scappare. Di fondo per resistere. Di salti tripli per lasciarsi dietro più asfalto possibile. Di bianche piste di coca. Di traguardi sul filo. Di ostacoli. Di buche da evitare, anche quando si ha un’asta o un qualsiasi altro bastone da usare, fosse pure per difendersi. La legge del più forte, in cui partecipare fa parte dalla sfida, e perdere significa persino rimetterci la pelle.

Se non hai fiato abbastanza per sgomitare tra gli avversari, laggiù la gara ti frega, ti butta giù in un niente, Aziz.

Lui non temeva lo scontro, si era allenato per giorni a sgusciare tra le gambe degli uomini come avrebbe saputo permettersi il migliore dei pugili; la giovinezza non gli aveva ancora insegnato a gettare la spugna, però a fare a pugni era capace, potevate scommetterci: 5 euro tanto per cominciare, un mazzo di carte di credito a esser davvero fortunati. Evviva la lotta libera da strada, fine alle corde: una ferita un punto, un sopracciglio spaccato tre punti, e la scorza diventa infinitamente più dura.

Spesso per scivolare via, lontano da fischietti di poliziotti e formalità, non bastavano i piedi, allora occorreva metter su i pattini per dimenticare, con un paio di piroette tra i dossi, di avere minime speranze di cavarsela. L’età era l’unica arma dalla sua parte: per i bambini ci sono sconti tanto grossi da non farti pagare neppure un ingresso al penitenziario. Ci si va in visita e se ne esce in fretta, abracadabra, il tempo di sputare la parola minorenne.

Questo Aziz lo sapeva a memoria, suo padre gli aveva spiegato le cose all’inizio della scuola, quella dei piccoli ladrocini; per la cultura dei libri, invece, non esisteva tiro a segno in grado di centrarne il bersaglio, che lui, ormai perso per sempre, non avrebbe comunque potuto vedere. Le sue frecce miravano in una sola direzione, comoda perché veloce, semplice perché quasi per nulla rischiosa.

Un giorno di agosto fra quei banchi del mercato, zeppo di sole e di un pubblico da stadio, prese a calci due pesche mature e la sua fortuna. Scegliendo nel mucchio, allungò le dita sotto la giacca di un vecchio che contava soltanto sulla Famiglia. Fu uno strano incontro, in un’arena di belve dove non esiste perdono per alcuno, figuriamoci per chi è alto poco più di un metro e a recitare da bestia non è capace.

Salvatore si chiamava. Un nome da deludere un santo. Una vita passata a far passato di altre vite. Rispettato e temuto personaggio da fumetto, una parodia di wrestling: uno show in bella mostra, nessuna regola, tutto permesso, un suo pollice in aria e un uomo sotto terra.

La bilancia dell’incontro pendeva a sfavore di Aziz, un peso mosca da schiacciare in un unico round da strada o tenere sul palmo aperto, contando i secondi, al rallentatore, pianissimo.

Quella volta il Boss prese il ragazzo e se lo mise sotto braccio. Cappotto. O una chance di riprovarci, non più nudi al traguardo, ma protetti dall’abbraccio caldo di una squadra: una moviola per una rivincita con immagini diverse all’occasione, un calcio al passato, senza intrappolarsi nella rete. Dribblando un domani probabilmente già deciso.

Salvatore e Aziz, che amicizia…, un confronto improbabile, un ponte sullo stretto tra Arabia e Sicilia, deserti scuri e storie bruciate all’ombra di un limone e qualche ulivo. Un trampolino da cui tuffarsi pregando di non toccare il fondo, in uno stile che dirsi libero sarebbe contraddirne la natura e ogni illusione.

Ma il finale non è mai scontato e la meta, statene certi, arriva anche per gli sfavoriti. E se non è il podio, e non è la parte spettacolare, magari è l’entusiasmo di chi è riuscito a non interrompere la corsa, tra un rifornimento d’acqua, due pacche sulle schiena, parecchia fatica e qualche incoraggiamento, in un campo troppo grande addirittura da sognare, ai margini degli spalti, ultimo tra i primi, ultimo tra gli ultimi.

0-0 e arrivederci alla prossima, Aziz.

Il Traspiratore – Numero 49

di S. Margarino