Marty Grosz per Traspi.net

giugno 26, 2005 in Musica da Claris

Marty GroszOgni Festival degno di questo nome è caratterizzato da alcune figure carismatiche. Marty Grosz, nato a Berlino nel 1930, considerato il miglior chitarrista ritmico del mondo, è a pieno titolo la ‘chitarra’ della 21a edizione del Festival Jazz di Ascona. Non tragga in inganno l’età: di fronte al suo affezionato pubblico esprime una verve che molti musicisti più giovani gli invidiano e i suoi concerti sono decisamente accattivanti. Accompagnato da un quintetto (gli Hot Puppies) molto affiatato e ricco di talento, Grosz sabato sera, nel gala d’apertura all’hotel Eden Roc, ha catturato il pubblico anche per le sue capacità comunicative e il suo grande sense of humor.

Da che cosa deriva il curioso nome del tuo gruppo?

Una volta, in una sala d’attesa di un aeroporto, una signora mi chiese che cosa fosse il jazz ed allora ripensai ad una frase scritta da Armstrong, che lo definiva una ‘hot music’. La seconda parola [cagnolino, in inglese] negli anni ’20 veniva utilizzata per indicare chi ascoltava musica battendo i piedi per tenere il ritmo.

Sei rimasto l’unico, tra i grandi chitarristi, a non utilizzare amplificatori; qual è il tuo parere sull’uso sempre più spinto dell’elettronica nel jazz?

Nonostante molti artisti regalino performance eccellenti impiegando l’elettronica, penso che avvalersi solo del microfono sia la maniera migliore per dimostrare quello che si vale, per rendere i suoni più puri, per non abituarsi male e non assuefare il pubblico ad ascoltare suoni artificiali.

Nel mio caso non vedo un’integrazione tra jazz classico ed elettronica: spero di non essere ricordato come l’ultimo superstite della tradizione della chitarra acustica nel jazz, bensì come il precursore di un nuovo movimento non-elettrico.

Il ‘tuo’ jazz: piacere o business?

Prima piacere e poi business, più in ordine cronologico che di importanza! Quando si è giovani si suona soprattutto per passione, si modifica la scaletta a seconda delle indicazioni del pubblico, si interrompono spesso i concerti per sorseggiare qualche drink, col rischio di chiudere ubriachi a fine serata. Quando si cresce si intuisce che, per rispondere in maniera adeguata alle esigenze del pubblico ed ai propri naturali bisogni di guadagno, occorre avere una professionalità rigorosa.

Non solo la chitarra, anche la tua voce ti ha reso famoso. Pensi ci sia ancora spazio per le voci maschili nel jazz?

Il segreto del feeling con gli spettatori è l‘energia che si riesce a trasmettere al pubblico cantando; non conta il sesso del vocalist. Comunque penso che Louis Armstrong e Bing Crosby siano modelli inimitabili, come Ella Fitzgerald tra le donne.

Sei ad Ascona per la terza volta negli ultimi quattro anni: qual è il tuo rapporto con il festival?

Qua si respira un’atmosfera ‘lussuriosa’. Suonare in un ambiente paesaggistico così affascinante, tra montagne e lago, regala una carica unica, che ho trovato solo in certi posti della Florida. Questa sera mi ritengo ancora più fortunato, perché partecipare al gala di apertura, in questo hotel ricercato e chic, è un onore insperato. Ecco, in quest’occasione, tra l’altro, occorre saper variare il proprio repertorio, perché suonare mentre la gente pranza, significa accompagnare senza disturbare, avere una delicatezza particolare.

C’è un musicista con cui vorresti suonare in questa edizione del Festival?

Sinceramente non amo le jam session, le considero un’ottima trovata pubblicitaria, ma non sempre il risultato corrisponde alle intenzioni.

Pensi sia possibile avvicinare i giovani al jazz classico?

No, ogni musica ha il suo tempo! I ragazzi oggi crescono a rap e rock, difficile che il loro orecchio si abitui a suoni differenti. L’unica speranza è che crescendo abbiano voglia di scoprire e, che la curiosità per i generi del passato li rapisca.

di Claudio Arissone