Ma quant’è furbo questo Muccino?

giugno 15, 2001 in Cinema da Redazione

24664

“L’ULTIMO BACIO” (Italia 2001) di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Giovanna Mezzogiorno, Stefania Sandrelli, Regina Orioli, Marco Cocci, Piero Natoli e Sergio Castellitto

Non stupisce che un film come “L’ultimo bacio” abbia conquistato il pubblico italiano, stupisce il fatto che abbia conquistato la critica, uscendo trionfatore dai David di Donatello, alla pari con “La stanza del figlio” di Nanni Moretti. La qualità di Muccino come regista è innegabile ed, infatti, il giovane autore romano ha strappato a Moretti il David per la migliore regia. “L’ultimo bacio” è stato diretto con perizia: la fotografia è splendida, la musica perfettamente aderente alla trama, il montaggio incalzante. Muccino dimostra di saper gestire virtuosamente la macchina da presa (emblematico è il lungo piano – sequenza nel giorno del matrimonio) e di aver fatto passi da gigante, da un punto di vista formale, rispetto al precedente “Come te nessuno mai”.

Il film è stato osannato da più parti come un ritratto perfetto della generazione dei venticinque – trentenni affetti dalla sindrome di Peter Pan, ma il punto debole del film è proprio il contenuto, o meglio, il modo in cui Muccino tratta questo contenuto. L’influsso della cinematografia americana è palese, specialmente nel ritmo del montaggio, talvolta addirittura spasmodico. Nelle due ore di pellicola, gli attori sono costantemente sopra le righe: si urla, si piange, ci si scontra parecchio.

Lo scontro generazionale è pretestuoso, come lo era già stato in “Come te nessuno mai”, il film anche nei suoi momenti più coinvolgenti non è mai sincero. Lo stesso Accorsi è nettamente inferiore alla prova offerta in “Le fate ignoranti” e la Mezzogiorno non fornisce certo la sua migliore prova d’attrice.

Inserito dalla critica nel valetudinario genere della “commedia all’italiana”, “L’ultimo bacio” ha tutte le caratteristiche del cinema d’Oltreoceano: innanzitutto il ritmo, poi, l’ipergestualità da parte dei protagonisti, la mancanza di distacco ironico da parte del regista (quello di un Germi o di un Monicelli per intenderci), l’esplicitazione di ciò che potrebbe – nell’economia del racconto – rimanere implicito. Muccino sa cosa piace al pubblico ed usa questa sua dote con intelligenza, anzi, con furbizia. La paura d’invecchiare della madre della protagonista è forse la cosa più bella di un film che ha comunque avuto il merito di far tornare le code alle biglietterie di un film nostrano. O meglio, un film nostrano ricalcato sul modello statunitense.

di Davide Mazzocco