L’occhio americano di Mario Loprete

Gennaio 13, 2008 in Medley da Cinzia Modena

Face off, simply my Black – il profondo nero di Mario Loprete

Mario Loprete_black (he)artNato a Catanzaro

Autodidatta

Incontro importante: Giovanni Marziano, dal quale apprende la tecnica e le nozioni

La sua casa: www.marioloprete.it

I miei soggetti sono coloro i quali l’occidente commercializzato ha sdoganato, per la loro musica ,per la loro arte,per le performance sportive che mandano in visibilio milioni di persone : hanno rotto le catene ed ora mettono la palla dentro.

Quelli che alle spalle hanno una antica storia di pregiudizi ed emarginazione.

Ancora oggi , se qualcuno li vedesse fuori dal loro ambiente,li chiamerebbe extracomunitari

Alcune mostre, personali e collettive, del 2007:

Febbraio, Black (he)art, Breaking Style Factor, Catanzaro

Maggio, Un altro paesaggio, presso l’Associazione Culturale Entroterra, Milano

Maggio, Sorsi di pace, presso Distillerie Francoli di Ghemme (Novara)

Luglio, Face off, simply my black contemporastudio Firenze

Agosto, “IX CERTAMEN DE ARTE JOSE’ LAPAYESE BRUNA” (Sala de Arte Contemporáneo de Calamocha – Espana)

Settembre, Mann In Black – L’hip hop a Venezia

Ottobre, Ouverture, Loft Gallery – arte contemporanea, Corigliano Calabro (Cosenza)

Mario Loprete mann_in_black__4_olio_su_tela_80_x80_2007

  • Maurizio Faggi parla dell’artista

    La scelta di Mario Loprete di rappresentare nella sua pittura solo soggetti neri e di una particolare comunità che è quella dei grandi centri urbani statunitensi, ha quasi i connotati di un idea assillante per l’artista. Come tutte le “ossessioni” anche questa ha qualcosa di “magnifico”: pensiero continuo, analisi profonda, indagine permanente non possono che produrre un risultato extra ordinario rispetto a quella che è un osservazione epidermica di alcuni fatti. Subito alla prima visione le figure rappresentate da Mario Loprete non ti lasciano indifferente. Infatti quello che si nasconde sotto una pittura figurativa decisamente curata e raffinata ma se vogliamo anche risolutamente tradizionale, sono tutte quelle tecniche della grafica pubblicitaria e delle sue strategie per attirare l’attenzione del pubblico, che danno la misura di come l’artista conosca perfettamente tutte le possibilità fàtiche dell’immagine e le usi con la disinvoltura del propagandista mediatico.

    Mario Loprete_I believe_olio su telaI colori decisi, l’uso del primo piano (e non del ritratto! Il suo è un occhio fotografico non ritrattistico), le prospettive urbane, l’erotismo dei corpi, portano al risultato di attrarre l’attenzione sui suoi dipinti come la più suadente delle pubblicità, con un fine che non è quello manipolante e intrappolatore del marketing promozionale, ma quello di una captatio di attenzione sul suo messaggio, se non proprio di una captatio benevolentiae sui suoi soggetti con i quali Loprete sembra vivere una sorta di condivisione empatica. Le figure black di Loprete sono sicuramente paradigmatiche di una situazione sociale tipica della nostra società; gruppi sociali, se non addirittura etnici, che sembrano voler esprimere una rabbia aggressiva nei confronti di una società che in qualche modo li costringe in uno spazio fisico e culturale ai margini. La sensazione è che questi gruppi sociali siano in qualche modo costretti ad identificarsi con dei modelli di comportamento che non gli sono appartenenti ma gli unici autorizzati dalla società dominante. Come dire che non c’è un’identità soggettiva ma un’identificazione massificata che connota il gruppo ma non l’individuo. E questo sembra essere un po’ il problema della nostra società: la perdita di un’identità individuale e la massificazione dei comportamenti.

    Loprete con la sua pittura amplifica e sottolinea questi modelli comportamentali fino ad ingigantirli in maniera quasi esagerata, come a sbattere in faccia allo spettatore la incontinente aggressività dei suoi soggetti che in realtà racchiudono solo uno terribile spaesamento emotivo dato dall’impossibilità di essere se stessi ma solo un tipo di gruppo.

    LopreteE’ su questa emotività che mi sembra che l’artista voglia lavorare, per portarla in superficie e farla captare allo spettatore come un’emotività umana tout cour. Infatti nell’interpretazione dell’artista queste figure sembrano uscire dai ghetti urbani nei quali la società statunitense le relega per farne una sorta di figure assolute. I suoi primi piani su sfondi piatti trasformano i suoi neri in ieratiche icone senza ne tempo ne luogo, così come trasporle in ambienti urbani di città italiane, facilmente riconoscibili da elementi cittadini familiari, le rende estremamente vicine a noi. In fondo i sentimenti di emarginazione che la società occidentale impone sono i soliti in tutto il villaggio globale da essa controllato: e chi più di un artista che vive in un sud d’Italia, mai ancora completamente accettato, può saperlo. La pittura di Loprete potrebbe creare un effetto straniante, ma in realtà il tutto sembra perfettamente pertinente, forse proprio per l’universalità del messaggio che Loprete cerca di inviarci: tutte le città sono ormai un’unica città globale, tutte le rabbie ed i rancori di certe categorie emarginate sono le solite in tutto il mondo. Globalizzazione o universalità delle problematiche umane? È un bell’interrogativo che, come tutta quella pittura che non è solo mera decorazione, l’arte di Loprete ci pone.

    bottiglia

    di Cinzia Modena