Le mongolfiere a Mondovì

gennaio 7, 2007 in Medley da Stefano Mola

MongolfiereMondovì, diciannovesima edizione del raduno aerostatico. Ovvero, mongolfiere. Sabato 6, dopo pranzo. C’è una bellissima luce. Le previsioni per la domenica non sono molto buone. E allora prendere, andare. L’autostrada scivola via liscia, senza traffico. Il bastione di Mondovì piazza contro lo sfondo della montagne. Esco, seguo le indicazioni. Arrivo a uno spiazzo in mezzo a delle case, semplici condomini di pochi piani. Non c’è niente. Ovvero, c’è tanta gente, intorno al prato, che aspetta. Sono contento perché temevo di essere in ritardo, interdetto perché non si vede nulla. Mi aspettavo forse di vederle già lì? Mi avvicino. Si stanno preparando. Per il momento le mongolfiere sono solo delle ceste poggiate sull’erba. Sono piccole: ti chiedi come faranno a starci lì. Poi vengono stesi sul prato come degli enormi lenzuoli colorati. Ed ecco che iniziano i ruggiti intermittenti dei bruciatori. Viene in mente il respiro d’un drago (ricordo d’infanzia, Grisù). Le fiamme soffiano dentro quelle specie di lenzuola e le mongolfiere iniziano a crescere. Si gonfiano. Diventano sempre più grandi. Sono enormi. Il prato si riempie, e una gioia bambina percorre me e tutta la gente intorno. Sono tante. Sono come un sogno di arlecchino, piene di colori. All’inizio è come se come se riposassero, adagiate su un fianco. Poi si innalzano, rimanendo ancora a terra, prendendo la forma che ci aspettiamo debbano avere. E poi, all’improvviso, succede. Parte la prima. È come un frutto che matura al contrario: i frutti maturi cadono, la mongolfiera matura invece sale lentamente, irrimediabilmente, verso il cielo, attirata verso l’alto. È bellissimo, viene da pensare, questo sollevarsi in silenzio, sopra la voce concitata dello speaker, e tutti noi con il naso all’insù, che non sappiamo bene quanto guardare e quanto fotografare. Dopo è come un’epidemia. Il prato che sembrava così vuoto adesso è riempito di questi soffici enormi colorati frutti che maturano uno dopo l’altro, e diventano cielo. Davvero, come canta Gianmaria Testa in Le traiettorie delle mongolfiere

l’uomo che le sorveglia

adesso non è più sicuro

se veramente sono mai partite

oppure sono sempre state lì

senza legami, colorate e immobili

così

Sono come palle per un albero di Natale immaginario. Si muovono così lentamente che sembrano appese e ferme, sembrano naturalmente parte dell’aria, si compongono in figure pastello nella luce che prende la sfumatura delle ombre lunghe e pian piano cala. Io che delle mongolfiere non so nulla, rifletto su quanto ricorda lo speaker: non hanno un motore, non possono scegliere una direzione, possono soltanto lasciarsi condurre dal vento, al massimo variare la quota. Allora le mongolfiere sono come certi pensieri, o certi amori, che non scegli, che da un certo punto sono dentro di te, e da quell’istante origine dove sbocciano si muovono, sempre presenti e solo modulati in intensità, e ti trasportano dove tu ancora bene non sai. Puoi fare due cose: decidere di scendere a terra, e non volare, oppure non farti troppe domande, e abbandonarti a quel vento, a quella luce, a quel colore.

Poi, rimanendo in formazione come in un quadro di Magritte, si fanno sempre più lontane, sempre più piccole, sempre più pastello, sempre più indistinguibili nell’azzurro, e forse, da qualche parte, in un luogo che non conosci, ritroveranno la terra.

Le altre foto della giornata, potete trovarle qui

di Stefano Mola