Le confessioni di un pazzo | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 18, 2002 in Sudate Carte da Redazione

Alzi la mano chi tra di voi ha chiesto di nascere. Io, per mio conto,
non ricordo di aver chiesto niente a nessuno e tantomeno nessuno è venuto a chiedermi un parere in proposito. Insomma se avessi saputo prima che siamo scagliati in questo mondo per soffrire, sbuffare, arrabattarci come possibile per poi arrivare al capolinea e tornare da dove siamo venuti, ecco, forse mi sarei risparmiato questa fatica.
Vero è che non sono nelle condizioni ideali per essere ottimista… tra queste quattro mura gelide… immerso in una semioscurità soffocante.
Sono in isolamento.
Sono qua da una settimana, mi ci hanno spedito appena chiuso in prigione e neppure dio sa quanto mi terranno qui dentro… probabilmente abbastanza da farmi diventare pazzo. Ieri un secondino, mosso a compassione, mi ha fornito su richiesta una matita e pochi fogli di carta… mi domando come si possa avere compassione per qualcuno… e soprattutto per me.
Mi guardo attorno… niente finestre… niente luce. Un lieve pallore trapassa i massicci cardini della vecchia porta, caotiche sospensioni di polvere aleggiano placide tra i deboli raggi che si affacciano timorosi nella cella. Questa penombra è la mia salvezza… così riesco a scrivere, se pur a fatica… così riesco a contrastare l’infinita monotonia di queste interminabili ore… una monotonia che forma i primi metri di un invisibile sentiero che ineluttabilmente porta a una sola meta…la follia. Quando non sentirò più il peso di questo avviluppante tedio, quando le ore si confonderanno e la percezione del tempo sarà del tutto sfumata, allora sarò diventato pazzo.
Tragico combattere questa lotta per rimanere aggrappato a brandelli di lucidità…brandelli che mi sfuggono tra le dita… forse solo una lotta persa in partenza.
E ogni lotta prefigura fatica, determinazione, sudore…
Il fiume del tempo ha bloccato il suo corso… adesso le sue acque ristagnano, sovrastate da sottili e impenetrabili nebbie… dalle quali emergono i ricordi. Affiorano implacabili nella mia mente… affiorano implacabili e silenziosi, quasi invisibili, come fiere che stiano per scagliarsi su una preda ignara.
Così mi accorgo di loro solo quando mi sono addosso.
Piove… una goccia mi cade sulla faccia… mi stringo nell’ impermeabile e cerco con lo sguardo un posto dove potermi riparare… vedo un bar, l’insegna che risplende nel buio della notte, faro e meta per decine di piccolo insetti.
Entro…quasi vuoto… mi siedo al primo tavolo e ordino da bere. Sono servito quasi subito, butto giù il mio whiskey d’un colpo… un’inebriante calore mi pervade… ordino ancora.
Ora mi guardo intorno…questo posto è un buco fetido, trasudante squallore e marciume. Due uomini giocano a carte a poca distanza da me…sento la loro puzza di alcool…anche se non li ho mai visti per un istante li disprezzo profondamente.
Poi rivolgo la mia attenzione alla cameriera…è giovane…molto carina…sebbene ostenti una certa disinvoltura colgo nei suoi occhi una velata tristezza. I suoi occhi…i suoi occhi risvegliano in me una grande tenerezza…allora mi perdo in fantasie…la mia mente si allontana…inizia a vagare incontrollabile e incontrollata. Mi ritrovo a immaginare questa giovane donna nel mio letto… a immaginarla mentre mi accarezza dolcemente…mentre mi sussurra all’orecchio… mentre mi bacia. Mi sembra di sentire il suo alito…il suo odore… il suo sapore. Darei tutto per renderla felice…per liberarla dalle sue invisibili catene…per donarle la felicità…la libertà per sempre. Oh povera ragazza, perché il fato ti ha messo sulla mia strada? Perché, o misera creatura, il destino ti è stato si tanto avverso?
Impetuoso e inarrestabile cresce ora in me un altro istinto…primitivo e animalesco…il sostrato di orrore e crudeltà che cova nella mia anima si risveglia…un mare in tempesta…un abisso di insondabili profondità… totalmente implacabile…sono in sua balia. Si!, ho deciso di liberarla… lascio una copiosa mancia sul tavolo ed esco…ora immagino il mio coltello trapassarle le carni…
Quando mi risveglio sono madido di sudore. Mi ci vuole un po’ per realizzare dove sono. Uno scarafaggio mi cammina frenetico su un piede…resto immobile ad ascoltare…il rumore del silenzio mi svuota, prosciuga le mie poche forze…devastante. Cerco di abituare gli occhi all’oscurità…ora il buio torna ad essere pallida penombra…come resistere a tutto questo?
In questi momenti penso a dio…penso a come sia possibile che dio esista e come abbia potuto creare tutto questo odio di cui siamo intrisi…tutto questo male che ci pervade. Forse dio non è come lo immaginiamo comunemente. D’altro canto m’è sempre venuto più semplice pensare a una schiera di dei che hanno creato il mondo più per un macabro divertimento che per qualche altra imperscrutabile ragione… dopotutto solo così riesco a spiegare la mia esistenza.
Inizio lentamente a perdere la cognizione del tempo…non vi saprei più dire da quanto sono chiuso qua dentro…da quanto tempo non mangio… da quanto tempo veglio. Poi i miei occhi si fanno pesanti… lentamente cedo alla tenebra…

Piove ancora…seduto su una panchina sento l’alcool che mi inebria… mi inebria e mi pervade…i miei sensi si acuiscono…sento la febbre che sale…sento la febbre che mi brucia…che mi divora come un fuoco… le tempie mi pulsano frenetiche. Amo questa eccitazione… l’eccitazione prima della caccia.
Le luci del bar si spengono…escono due figure indistinte…si salutano e ognuna per la sua strada. Io mi alzo lentamente e seguo la cameriera…un centinaio di metri e raggiunge la sua macchina… cerca le chiavi in borsa…le sfila e le mette nella serratura. La chiamo… lei si volta di scatto, sospettosa. Uso una scusa banale per avvicinarla… che ho dimenticato il portafogli al bar. Leggo diffidenza nei suoi occhi… diffidenza che sconfina in timore… ne sento palpabile l’odore. Assumo un aspetto dispiaciuto…le dico che nel portafogli ho i soldi e i documenti…così non potrò neppure pagarmi un tassì per tornare a casa. Lei mi dice che non ha le chiavi del bar…ora sembra quasi partecipe. Faccio qualche battuta…per ammorbidire il clima…lei sorride…inizia a fidarsi…dice che si ricorda di me…si offre di restituirmi la mancia che le ho lasciato…potrò così pagarmi qualche mezzo. E’ come una farfalla che inconsapevole vola verso una ragnatela…apre la borsetta e prende i soldi…li conta…me li porge, sorridente…nessuna anima viva in giro…la pioggia tamburella incessante sulla macchina. Tendo la sinistra verso di lei…la destra in tasca si poggia sul manico del coltello… non si accorge di nulla…le nostre mani si sfiorano…estraggo e colpisco fin che ho forza.

Fradicio di sudore. Se pur a piccoli passi Madame follia mi ha raggiunto, ed ora bussa incessante alla mia porta.
Languo in una pozza di insensatezza, come sospeso nel tempo e nello spazio…e questo non mi pesa più.
Niente ha più senso, se pur ne ha mai avuto. Continuo ancora a sudare quando le mie ultime gocce di lucidità cadono come da una brocca riversa.
…eh si, se me lo avessero chiesto prima avrei proprio deciso di non nascere.
Mi manca l’aria…fatico a respirare…soffoco come stretto da un’invisibile rete…mi dibatto, mi contorco violentemente…nulla.
Urlo!
Poi il sangue si mischia al sudore.

di Fabio Vacca