Le avventure della ragazza cattiva

novembre 7, 2006 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Le avventure della ragazza cattiva
Autore: Mario Vargas Llosa
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 18,00
Pagine: 360

Le avventure della ragazza cattivaMario Vargas Llosa è l’autore di quel meraviglioso libro che è La zia Julia e lo scribacchino (dove c’è un tripudio di storie, tra cui, bellissima, quella d’amore tra l’io narrante e la zia Julia del titolo). Avventure della ragazza cattiva è fresco sui banchi e nelle vetrine delle librerie. Per chi come me è fanaticamente ossessionato da Parigi, la copertina attrae immediatamente l’occhio. C’è una foto dove una mano scrive, appoggiata a un tipico tavolino, e sullo sfondo, Notre Dame. Abbiamo dunque a che fare di nuovo con un romanzo sulla scrittura? E che cosa c’entra Parigi? La prima risposta è no, anche se come vedremo alcune analogie con La zia Julia sussistono. Per la seconda, pazientate qualche riga.

Tanto per cominciare, c’è una storia d’amore, importante, curiosa, tenera e crudele allo stesso tempo. Il filo conduttore del romanzo è proprio la ragazza cattiva del titolo. L’io narrante la incontra alle soglie dell’adolescenza, in Perù. Tre dichiarazioni senza esito, ma tanto tempo condiviso insieme, come se (pavesianamente) era chiaro che eravamo noi due (questa frase che mi è sempre piaciuta è nel romanzo Il compagno). La ragazza cattiva è di umili origini, sogna di trovare la stabilità e la tranquillità economica legandosi a uomini che non ama. Eppure, di tanto in tanto, si concede a Ricardito (l’io narrante) per cui è incubo, ossessione, passione rinnovata e travolgente a ogni breve incontro nelle condizioni più diverse e nei paesi più diversi, al seguito di tutti i mutamenti di identità di lei (ogni matrimonio o legame è per lei un cambio di nome e di paese).

La ragazza cattiva non sceglie Ricardito che non è abbastanza ricco, ma non riesce a rinunciare al suo corteggiamento fatto di frasi iperboliche (huachaferias, in ispano-peruviano) che ormai nessuno dice più. Frasi che riportano quasi a un ironica liason trobadorica. La ragazza cattiva lo chiama niño bueno. Oltre a lei, Ricardito nella sua vita ha voluto fortemente una sola cosa: vivere a Parigi. A un certo punto dice a un amico:

Da bambino, dicevo che volevo diventare un diplomatico, ma era soltanto perché mi mandassero a Parigi. Questo è quello che voglio: vivere qui. Ti pare poco? Gli indicai gli alberi del Luxembourg: carichi di foglie, straripavano oltre le inferriate del giardino e risplendevano mobili sotto il cielo nuvoloso. Non era la cosa migliore che potesse succedere a una persona? Vivere, come nel verso di Vallejo, fra los frondosos castaños de Paris. [pag. 45]

Inoltre, c’è un fiorire di storie, perché ogni nuovo capitolo, e ogni nuovo incontro con la ragazza cattiva, porta in regalo personaggi che condividono un pezzo di strada con Ricardito, e che sono originali o commoventi. Un fiorire non ipertrofico, bensì funzionale: i nuovi personaggi che si affacciano non sono semplici acrobazie, fuochi d’artificio, riempitivi. In questo, si può ravvisare un altro tratto comune a La zia Julia. Ma mentre quel libro racconta in fondo d’uno scrittore che riflette sul suo apprendistato, ed un atto d’amore sul raccontare, qui non c’è uno specchio del narratore su sé stesso.

Di lato poi Vargas Llosa racconta la storia del Perù vista da fuori, e i cambiamenti più importanti vissuti dal mondo nella seconda metà del novecento fino ai giorni nostri. Lo fa con un certo distacco, come se non fossero veramente riusciti a intaccare nel profondo il nocciolo della nostra esistenza. Per esempio, non hanno alcun riflesso, alcuna influenza su questa assoluta e se vogliamo assurda storia d’amore, in cui Ricardito si lancia senza tenere minimamente conto alcun tipo di ragionevolezza. Come in fondo speriamo che sia ogni nostro innamoramento. Un impulso primario che ci trasporti al di fuori di noi stessi, verso cui poter dare una dedizione totale.

Una breve nota, infine, sulla scrittura: viene fuori una sensazione di estrema scorrevolezza, come se le parole fossero esattamente quelle che occorrono, senza gravami di aggettivi funambolici o ricerca della metafora fuoco d’artificio. Non ci sono giochi di prestigio, ma una grande capacità di narrare. Vi pare poco?

di Stefano Mola