La vita è bella di Begnigni

settembre 8, 2007 in Cinema da Redazione

La vita è bella_locandinaOswiecim. O Auschwitz.

Un nome che da solo ha il potere di evocare dolore, tragedie, stupore per l’immane crudeltà umana. Un film con Marlon Brando finisce con poche e semplici parole. ”L’orrore…..L’orrore…. Forse l’unico modo per denunciare a se stessi quello che era stato obbligato a vivere e vedere (v. Apocalypse now, NdA) .

Ma è possibile sorridere su simili genocidi? Possibile non minimizzare, bensì trasformare la storia in una bella favola da poter raccontare senza per forza piangere e disperarsi? La risposta è sì. Benigni c’è riuscito, più che egregiamente. ”La vita è bella” ha fatto il giro del mondo, ha vinto Oscar ed ha commosso e divertito (salvo qualche protesta fuori dal coro) tutti gli amanti del cinema e non.

La vita è bella.

Come può non esserlo per Guido Orefice, arrivato da poco a Firenze, città che ha tutto da offrirgli e niente da privargli? Ed ancora più bella appare se incontra la sua stupenda principessa per caso in ogni luogo, strappandole sorrisi e stupendola con i suoi piccoli miracoli. Perché lui è un principe e per lui tutto è possibile. Rubare la donna dei suoi sogni all’uomo più potente (o quasi) della città, far finta di niente se i fascisti dipingono il tuo cavallo di verde e ci scrivono sopra “cavallo ebreo”, ma non c’è da preoccuparsi.

Benigni non ci nasconde che qualcosa sta cambiando. Anzi, ci mostra tutto come un’assurdità (come infatti è stata).

Guido si ritrova persino a dover tenere una conferenza per dimostrare che la razza ariana è superiore…. Ma si ride. Come può un uomo essere migliore dell’altro? Un ebreo non ha occhi, mani, orecchie? Se lo ferisci non sanguina? Se lo colpisci ingiustamente, non vorrà vendicarsi? (Shakespeare molto prima aveva scritto queste parole, che più azzeccate non possono essere in questo contesto). Poi, diciamola tutta, l’odio è sempre esistito, i fenomeni di ogni epoca arrivano e passano, senza lasciare troppe tracce. Anche il fascismo non sarà un’eccezione.

Così Guido, felice, perché la vita è bella, si sposa con lei. Aprono una libreria, hanno un bellissimo bambino, Giosuè. Ed assistiamo a una dolcissima scena familiare, in casa, mentre aspettano la nonna per pranzo. Scherzano, il piccola fa i capricci perché non vuole fare il bagno, Guido improvvisa un altro suo piccolo “miracolo”.

La principessa, poi, esce e corre a prendere l’ospite.

Più o meno a metà pellicola il ritmo e lo stile cambiano. Capiamo subito che qualcosa non va.

La casa è devastata, Guido e Giosuè sono stati portati via.

Ad Oswiecim.

Ad Auschwitz. Ma, e questo si che è il vero miracolo di Guido, la favola continua. E’ il compleanno di Giosuè e quindi, gli dice, ha organizzato un bel gioco. Andranno in un posto strano, dove i cattivi urlano in una lingua sconosciuta e dove ogni giorno vengono assegnati punti premio. Il vincitore, alla fine, avrà un carro armato vero. Non è certo facile!! Bisogna nascondersi, non farsi mai vedere, non fare i capricci, non chiedere la merenda…. Giosuè è poco convinto, è un bimbo intelligente, ma Guido riesce a trasformare tutto in un grande divertimento. E’ dura, per noi spettatori, accettare tutto questo. Non solo perché conosciamo la realtà dei fatti, ma anche perché ci rendiamo conto di quanto sia insopportabile il peso che grava su questo piccolo uomo.

Ridiamo (perché Benigni è geniale), e subito dopo veniamo sopraffatti dalle lacrime. Come nella scena della traduzione degli ordini, appena arrivano nel campo.

Dopo aver improvvisato battute per far ridere il figlio, Guido viene assalito dalla paura, dalla stanchezza. Questo volto disorientato, stravolto ci fa rendere conto che sta prendendo in giro anche noi. Con dolcezza. C’eravamo dimenticati del luogo in cui è rinchiuso. E’ riuscito davvero ad incantarci con la sua favola fantastica.

Se volessimo essere logici, questo film non sarebbe mai potuto nascere. Tutto quello che Benigni ci racconta è impossibile. Nella migliore delle ipotesi Giosuè sarebbe stato gassato appena sceso dal convoglio, o comunque sarebbe morto di li a poco. Ma il regista non ha certo agito cosi per ignoranza. Anzi. Nella stesura e nella realizzazione della storia è stato affiancato da alcuni sopravvissuti ai campi. Ha, in modo semplice, voluto insegnarci che la vita è bella anche nella peggiore delle ipotesi, quando in mezzo alla nebbia ti trovi davanti a un cumulo di corpi morti e quando ti rendi conto che la nebbia forse nebbia non è.

Forse è polvere, polvere proveniente dai corpi bruciati. E’ bella anche se muori di fame e i tuoi compagni cadono uno dopo l’altro. Ed è bella anche se ti uccidono. Ingiustamente, senza motivo. Una favola dove Giosuè si ritrova a vincere un carro armato vero, a riabbracciare la mamma ed a racchiudere nel cuore quel grande dono che il papà gli ha fatto. Quella vita bellissima che gli ha regalato.

di Alice Suella