La rivincita della disconoscenza

ottobre 27, 2002 in Arte da Sonia Gallesio

32209(1)L’arte naif odora di focolare, di campi coltivati, di botteghe artigiane; traduce le emozioni primarie dell’uomo e racconta la quotidianità della gente umile. Testimonia la grande comunicabilità dei sentimenti limpidi, nonché la condizione di una dimensione interiore priva di substrati di filosofie e nozionismi – zavorre con le quali tanti di noi si illudono di poter vivere meglio. Tutta l’essenza di quest’arte è racchiusa in una frase di Gauthier: “Il fatto di ignorare che è possibile utilizzare dei metodi elaborati da altri per esprimere la propria sensibilità e, nonostante questa ignoranza, produrre opere che hanno le caratteristiche dei capolavori, dimostra l’esistenza di un istinto veramente potente: in altri termini l’esistenza del genio…”. Gli autori naifs, infatti, sebbene non abbiano affinato le loro tecniche accademicamente, in svariati casi producono lavori incisivi, significativi, di buon livello estetico. Malgrado tale classificazione venga largamente utilizzata, è opportuno ricordare che non è mai esistita una corrente artistica definibile naif, sia per la vastità della produzione in termini generazionali, geografici e socio-culturali, ma soprattutto perché gli artisti in questione sono stati, e lo sono tuttora, prevalentemente isolati – concentrati sulla propria realtà e non interessati ad appartenere ad un gruppo.

La cosiddetta ‘pittura primitiva’, è impossibile negarlo, esiste da sempre (e oggi più che mai pare difficile definirla e soprattutto ricondurla a determinati autori…) ma non a caso emerse agli inizi del ventesimo secolo, anche se il pensiero romantico, diverso tempo prima, aveva già esaltato la bellezza della condizione del ‘nobile selvaggio’, del ‘contadino ignorante’, di quegli uomini “non ancora corrotti dalla civiltà urbana”, per usare le parole di Roger Cardinal. Quelli, infatti, furono gli anni in cui i grandi pensatori sentirono l’esigenza di oltrepassare i confini, esplorare territori poco conosciuti, avvalersi di nuovi spunti. E così, fu mentre ci si rivolse all’art negre, o alle figurazioni orientali ed esotiche (si pensi a Gauguin e, successivamente, ai primi avanguardisti russi – o ancora a Picasso, a Matisse, agli espressionisti tedeschi), che ci si avvicinò con curiosità – ma anche con rispetto – alla cosiddetta arte dei semplici, un’arte non convenzionale ed innegabilmente spontanea. E fu proprio in virtù del clima culturale dell’epoca, caratterizzato dall’opposizione al gusto borghese e ai canoni artistici ufficiali, che l’operato di Henry Rousseau venne largamente valorizzato fino alla sua consacrazione quale maestro indiscusso (Chagall, ad esempio, si interessò notevolmente alla produzione del Doganiere, che dal 1885 cominciò ad esporre con regolarità al Salon des Indépendants). Qualche tempo dopo, furono i surrealisti ad alimentare maggiormente lo scambio con l’arte naif, attingendo spesso da essa nonché scoprendo ed incalzando un discreto numero di artisti minori.

Da Rousseau a Ligabue

Ligabue: genio e follia

di Sonia Gallesio