La grammatica di Dio

gennaio 24, 2008 in Libri da Stefano Mola

Titolo: La grammatica di Dio
Autore: Stefano Benni
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: € 14,00
Pagine: 182

La grammatica di DioBenni è fantasia. Benni è la capacità di immaginare che dentro le fiamme d’un camino ci siano degli esseri chiamati fiammorgalli, specie di lari o penati che cercano per quanto possono di aiutare gli abitanti delle case (Lo spirito del camino).

Benni è capacità di portare la lingua al limite, facendola sembrare nuova ma sempre per una ragione, mai per imbellettarsi. C’è spesso un aggancio di parole, due sostantivi, un aggettivo messi in un modo che illumina dentro, in qualche modo, o che fa sorridere, o addirittura ridere a voce alta da soli, nel silenzio della lettura. Certo, talvolta alcune scelte sanno di maniera, ma è inevitabile con gli scrittori che hanno una impronta forte, e dopo aver scritto così tanto.

Benni è anche capacità di commuovere, se è ancora possibile usare questa parola. Siamo ormai saturati dalla lacrima, dallo zoom assassino sui volti alla ricerca del tremolio liquido, come fosse sigillo di verità. Piangono tutti, possibilmente davanti alle telecamere. C’è da chiedersi se si pianga ancora in privato, senza che nessuno veda. Chiusa la tirata retorica, Benni riesce a smuovere qualcosa dentro senza calcare troppo la mano, come nel racconto L’istante.

Benni è ancora la pittura dell’epica dal basso, l’invenzione, quasi come trascrizione, della leggenda di paese. Il raccontare come piacere, oralità, come in Solitudine e rivoluzione del terzino Poldo.

Ma anche Benni evolve. Rispetto a Bar Sport o a il Bar sotto il mare, c’è qualcosa come una prospettiva che si allontana. C’è sempre una notevole partecipazione affettiva, umana, ma come vista da una lente malinconica. E la malinconia presuppone una distanza, uno sfasamento tra il qui ed ora dentro la testa e quello del mondo circostante. È come se Benni ci mostrasse un mondo che scivola che a un certo scambio ha ormai imboccato un altro binario, quello del superfluo e del superficiale.

Benni mette in evidenza, sin dal sottotitolo, uno dei dati paradossalmente più evidenti dei giorni nostri: la solitudine. Paradossale per la potenzialità di interconnessione che non ha eguali nella storia umana. Con un cellulare siamo interconnessi anche alla grande rete. Eppure, anche avendocelo, bisogna che qualcuno ci chiami (Mai più solo). Quindi è come se la distanza che Benni oggettiva con le sue parole si moltiplicasse, trovasse dei doppi e delle variazioni nelle mille distanze che ci sono tra i personaggi (tra di loro, e nei confronti del mondo che li circonda).

Non è infrequente in questi racconti una specie di laudatio temporis acti, un rimpianto d’un certo modo di stare insieme. Un tocco di lievissimo moralismo? Forse. Qualche volta. Secondo me comunque prevalgono fantasia, linguaggio, la capacità di toccare nel profondo, una certa poeticità surreale. Esemplare da questo punto di vista il bellissimo ultimo racconto, I due pescatori. Riuscire a raccontare il nostro tempo senza farsi sopraffare dal ringhio della negatività, della polemica facile, piuttosto mettendoci di fronte ad elementi esistenziali e metafisici, è un gran pregio, una cosa assolutamente non facile da fare.

Anche se non tutte le pagine sono dello stesso livello, nel complesso è senz’altro un libro che merita di essere letto, e anche, in molte pagine, riletto.

di Stefano Mola