L’uomo sogna di volare

febbraio 28, 2005 in Musica da Gino Steiner Strippoli

Negrita


Quanto di meglio può esserci di puro rock in Italia lo “regalano” da oltre 10 anni i Negrita, la band che ha nel rock n’roll il suo linguaggio fresco e diretto, semplice quanto tecnico. “L’Uomo sogna di volare” (Universal – Black Out) è l’ultimo cesello musicale del quartetto aretino. Dieci brani dai testi molto crudi, anche se due ballate romantiche rendono il giusto equilibrio all’intera opera.

Meno blues rispetto al passato, con tre canzoni di prepotente rock, di quello energico, che bastano a scandire ad alta voce la bravura di Pau e soci. Una prova discografica più tecnica e raffinata, passando dal reggae alle rock-ballad delicatissime. Per questi quattro Negrita (Pau, voce, Drigo e Mac alle chitarre e Franky al basso), una prova di superba maturità dopo 11 anni di attività sempre in prima linea. D’altronde ripetersi in successi, per qualsiasi band o artista in campo rock, è sempre difficile, eppure i Negrita ci riescono con straordinaria facilità e bene.

Il loro segreto? Sicuramente la voglia di cantare e suonare raccontando storie attraverso il rock n’ roll, proponendo nei loro album sempre miscele diverse, facendo i giusti cambiamenti, senza mai tradire il loro pubblico. Se poi al tutto “rileviamo” che i Negrita sono una delle grandi realtà “live” del panorama rock italiano il segreto della loro longevità al successo è completo.

Dal vivo esibiscono una straordinaria energia penetrante: difficile assistere ad una loro esibizione senza mai muoversi, senza ballare il loro sanguigno rock n’roll.

Negrita“Sale” è la canzone che da il là all’album, scatenando un immediata aggressività rock, con il duo Drigo e Mac a chitarre spiegate, un Pau che ‘rappa’ insieme a Gabriel o Pensador il rock ‘roll, con un testo molto hard: “Nuove serpi strisciano prepotenti e quello che, quello che so! Nuovi guitti senza età… strafottenti… svelti nell’oscurità, tutto quel che hai fatto non vale… la tua faccia è piena del mio sale!”.

Bella la ballad rock seguente, che da il titolo all’album, “L’uomo che sogna di volare”, una roccheggiante atmosfera sognante, ma molto cruda come testo: “…l’uomo ha voglia di cambiare, ma non sa più come fare…”.

Il testo stupendo di “Mother” mi fa dire che questa canzone si erge un gradino al di sopra delle sue sorelle. Accompagnata da un ritmo reggae, la poesia dei Negrita ricerca una verità nascosta tra madre e figlio: “Madre, Madre eccomi a te accecato dal peccato originale inseguirò la verità, che la storia ha messo via, che la storia non ci da… L’universo è ancora vergine per me scintillante, vivo per rinascer, madre madre madre la quiete e l’energia la sento dentro è già mia…”.

Si arriva alla celebre “Greta”, promossa anche da un eccellente video, una pop song che racconta la storia di una ragazza che gira scalza a Liverpool. Sentimenti e ricordi di Greta e del suo mondo che “non ha gravità”. Eccellente nel finale l’assolo di batteria di Paolo Alberta, sessioman in quest’album.

Seguono due eleganti ballad rock che hanno in comune delle influenze sudamericane. Sono “Destinati a perdersi”, che inizia in bossanova-rock davvero originale, e “Rotolando verso Sud”, che ha le sonorità solcate dai mari del sud del Mondo e dalla tromba di Silverio Pontes. “Ogni terra un nome e ogni nome un fiore dentro me. La ragione esplode ed ogni cosa va da se. Mare accarezzami, luna ubriacami. Rio, Santiago, Lima & Holguin, Buenos Aires, Napoli, Rio, Bahia…”.

Travolgenti i Negrita si riprendono la scena del grande rock, quello senza fiato, con “Il mio veleno”, un bruciante ritmo chitarristico molto tecnico, e con “Alzati Teresa”, un vero hard rock trascinante. Il grido rock di Pau fa già presagire l’evoluzione del brano durante i concerti “live”. E’ una di quelle canzoni che farà cantare godere e ballare gli aficionados della band ai concerti. Per ultimi, ma non nella scaletta dell’album, “Tutto bene”, una raffinatezza acustica, dal suono cristallino, delle “chitarre – Negrita”, quasi a voler disegnare l’amore più romantico all’insegna del rock, e “Il Branco”, cruda realtà di violenza omologata, trattata in maniera ironica dalla band.

di Gino Steiner Strippoli