L’ultima favola di Imamura

marzo 29, 2002 in Cinema da Redazione

“Acqua tiepida sotto un ponte rosso” di Shoei Imamura, con Koji Yakuso, Misa Shimizu, Basho Mitsuko. (Giappone 2001)

30142(1)Perso il lavoro, lasciato dalla moglie, Yosuke, impiegato quarantenne di Tokyo si mette in viaggio verso un villaggio della penisola di Noto. Un barbone filosofo, poco prima di morire, gli ha rivelato dove trovare una statua dorata del Buddha, da lui nascosta dopo la guerra. Dovrà cercare una casa di legno vicina ad un ponte rosso ed adornata da un gelsomino che fiorisce anche fuori stagione.

E’ questa l’ultima favola di Shoei Imamura incarnata dal divo nipponico Koji Yakusho. Imamura ci dà ennesima riprova di come anche gli anziani registi siano capaci di sorprendere. Il grande contestatore di “Porci, geishe e marinai” disegna un quadro grottesco e lirico insieme, un racconto stravagante eppure sincero che sarebbe piaciuto ai nostri scrittori più bislacchi, penso al notturno Tommaso Landolfi o al solare Alberto Savinio.

Yosuke non troverà la statua dorata, ma troverà un tesoro ben più prezioso, l’amore di Saeko, una ragazza afflitta da un singolare sortilegio: quello di trattenere e produrre ingenti quantitativi d’acqua. La povera Saeko ha soltanto due modi per rilasciare quest’acqua: facendo l’amore o rubando nei supermercati. Yosuke decide così di aiutarla, di “prestarsi” affinché lei non vada più a rubare. L’erotismo giocoso e gioioso del film si sposa con un quadro d’insieme di rara leggerezza.

La vecchietta che attende da una vita sull’uscio della sua abitazione il ritorno dell’amante perduto, il giovane pescatore ruvido, ma generoso, la pensionante economica che cucina malissimo, il podista africano che sogna di partecipare alle Olimpiadi per tornare nel suo paese da presidente, il suo allenatore che lo vessa con una clava di plastica, il gangster un po’ imbecille, fanno da cornice ad un film nel quale protagonismo e coralità sono dosati nella giusta misura. Ci sono momenti kitsch e trovate geniali, d’altronde era così anche per Fellini o Welles che ostentavano il “falso” come un trofeo. “Acqua tiepida sotto un ponte rosso” è un gran bel regalo che ci arriva da una cinematografia, quella giapponese, che non smette mai di insegnare.

di Davide Mazzocco