L’intervista

dicembre 16, 2001 in Racconti da Redazione

25236(1)Grazie, grazie a tutti per il prestigioso riconoscimento, davvero, grazie di cuore.

E’ una gioia grandissima, dopo tanti anni di duro lavoro, ricevere un premio così ambito. Una gioia ed un onore. Sono commosso… ed ancor più mi commuovo se ripenso ai miei inizi, a quando ero una giovane, brillante promessa del giornalismo terrestre.

Ricordo come fosse ieri la mia prima intervista per la rivista ‘Così lontani-così vicini’. Erano gli anni della xyz, la proposta di legge sull’obbligo della museruola a tutti gli abitanti della terra, a causa del dilagare di casi di… non ricordo cosa… mi pare xenofobia, xenofagia, o qualcosa del genere.

Incontrai difficoltà sin dalle prime righe, non sapevo neanche come cominciare: per la rubrica ‘gli altri siamo noi’ siamo andati oggi ad intervistare il Sig. Nurun, uno dei primi marziani-integrati che vive ormai da anni sul nostro pianeta, sulla spinosa questione della xyz.

No, integrato no, penseranno che sono un permissivista ed un tollerante.

E poi neanche marziano, o penseranno che sono razzista, sempre a porre l’accento da dove viene, che importa, ormai c’è il decreto sull’integrazione, siamo tutti uguali.

Il Sig. Nurun, un ‘verde’ che viene da Marte.

No, ‘verde’ no, sembra di stare ancora nell’era Paleo-informatica, quando usavano parole come ‘nero’ o ‘negro’.

E poi mica è proprio verde. Alcuni mi hanno detto che è ‘leggermente’ olivastro, altri che è verde, ma scuro scuro. Sarà del sud di Marte… ma non è educato farci caso, e comunque certe cose si sanno (e si vedono) ma non si dicono…

Alla fine mi limito a scrivere, diplomaticamente: intervista al Sig. Nurun.

Rimasi stupito quando lo incontrai, nel constatare che aveva sembianze umane: mi sarei aspettato un essere con tre braccia, un solo occhio, due teste. Non è possibile un solo occhio su due teste?! Già, l’avevo sempre sentito dire, non ci avevo mai pensato… se ne sentono dire tante…, ma no, non che io sia uno che ha paura di ciò che non conosce o che allora fossi prevenuto, ma dai racconti che sentivo, insomma, che mangiano i bambini, i cibi transgenici e tutto il resto…

Per farla breve, mi accoglie in modo ospitale, cordiale, e mi fa accomodare nel salotto buono.

Mentre mi apparecchia la tavola, penso che sono proprio strani, questi extra-terrestri, e così diffidenti; è raro che concedano un’intervista, e ad un terrestre, poi… Chissà quanto me l’avrebbero pagata, l’esclusiva! Ho tempo, e ne approfitto per metterlo a suo agio ed ingraziarmelo un po’, perciò la prendo alla larga ed inizio a chiedergli quando e come mai è venuto ad abitare proprio sul nostro pianeta.

“Mio padre, un venusiano-terrestre, viveva nel continente Africano. Emigrò per cercare lavoro su Marte, lì conobbe mia madre, e nacqui io.

Una sera, ricevuto un invito per cena, uscì con il dolce e la bottiglia di spumante sotto braccio, e non tornò più.

Io ero ancora un bambino, e mia madre, rimasta sola, non potendo più provvedere a me, dovette affidarmi alle cure della famiglia di un mio zio paterno, e mi spedì qua giù.

Per farmi coraggio e consolarmi, i giorni prima che partissi, mi ripeteva sempre: ‘vedrai che ti troverai bene laggiù, tesoro. Sono sicura che ti piacerà la tua nuova famiglia’. E poi aggiungeva: ‘ti ricordi cosa diceva sempre tuo padre?’”

“Che ai terrestri piacciono i marziani, e che sono tanto buoni…”

Aveva funzionato, si era lasciato andare ai ricordi. Era fatta! Continuai sulla linea confidenziale, che ha sempre fatto tanta presa sul pubblico.

“Ricorda il suo primo giorno sulla terra?”

“Come se fosse ieri: quando arrivai a casa di mio zio, mi presentarono subito ai miei due cuginetti. Erano entrambi poco più grandi di me, e pertanto sarebbero diventati i miei fratelli maggiori.

Lei sa come sono questi cuccioli umani, non conoscono l’educazione … mi guardarono, parlottarono tra loro ridacchiando, fecero notare ad alta voce il colore della mia pelle, il mio cattivo odore, i miei vestiti ridicoli, il mio accento (avevo imparato il terrestre da mio padre), mi chiesero se ero un ladro di caramelle, o se ero venuto a portargli via il posto-letto, misero subito in chiaro che avrei dovuto sottostare alle loro regole del gioco, perché quella era casa loro e poi, per paura di prendersi qualche malattia spaziale, sparirono nella loro cameretta.

Vedendo che ci ero rimasto male, mia zia li raggiunse in camera e la sentii dire che dovevano accettarmi per com’ero, e che sicuramente ero un bambino buono.

Poi se ne andò in cucina ad audiovideofonare a sua suocera, così io, che ero rimasto là da solo, raggiunsi i miei fratellastri, nella speranza di fare amicizia e giocare con loro.

Quando entrai nella stanza, il loro atteggiamento nei miei confronti era meno ostile, tuttavia vidi che avevano in mano un oggetto, e quando si accorsero di me, lo nascosero subito dietro la schiena, fissandomi ammutoliti.

Ma io ormai ne avevo intravisto la sagoma: era un modellino delle nostre astronavi.”

“Come quello che ha al centro tavola?”

“Si, proprio quello, come vede lo conservo ancora. Come le dicevo, avevo ormai capito che i miei fratellastri non mi volevano con loro, e con le lacrime agli occhi andai a cercare conforto da mia zia, ma lei era ancora all’audiovideofono con sua suocera, e sentii che diceva: ‘Si, è già qui… ma non sappiamo dove metterlo, è di troppo. Veramente, ne avevamo già due… si, ma non c’è spazio per tutti…’

Avevo capito che non ero il ben venuto. Disperato, andai a nascondermi nella prima stanza buia che trovai, pensando con nostalgia alla mia casetta e a mia madre lontana.

‘Non sarò mai come loro’ pensavo.”

E qui non capii se lo dicesse con un senso di rimpianto, o di disprezzo.

“D’un tratto la luce si accese ed entrarono prima i miei fratelli, con in mano il modellino dell’astronave, poi mia zia con la torta, seguita da mio zio con una bottiglia di spumante e la tovaglia in mano.

Sentii la zia che gli diceva: ‘L’ho detto a tua madre, di non mandarci un altro dolce, che era di troppo, che ne avevamo già due, e non sapevamo dove metterlo, ma lei niente, quando ha saputo che c’era Nurun per cena, ce l’ha voluto mandare a tutti i costi, così adesso ne abbiamo tre, e non c’è posto per tutti…’

E mio zio, sorridendo: ‘E’ tutto pronto?’

‘Si, papà, gli abbiamo anche fatto un regalo, è un modellino telecomandato della sua astronave, così si sentirà un po’ più a casa. Pensa che prima è entrato in camera e stava per accorgersene, e per poco non ci rovinava la sorpresa, ma noi siamo stati svelti e l’abbiamo nascosto subito, così non si è accorto di nulla. Vedrai che ne sarà contento…’

‘Bene, allora chiamiamolo’ disse mio zio, finendo di apparecchiare la tavola.

Un po’ commosso, quasi dimenticandomi che ero lì per l’intervista sulla xyz: “Insomma, i suoi zii stavano per farLe la festa a sorpresa ed i suoi fratelli in realtà erano buoni…”

“Sì, sì, buonissimi, soprattutto il maggiore, che mangiai per primo” mi assicurò, finendo di apparecchiare la tavola.

Anche il Sig. Nurun, devo dire, era proprio buono…

di Giovanna Milan