Joseph contro le tigri

febbraio 12, 2003 in Racconti da Redazione

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La terra bruciava scaldata dai raggi verticali del sole del sud Africa; Joseph si accese una paglia, lo sguardo sudato e annebbiato a cercare le impronte di quel bastardo, ma la stanchezza rendeva tutto più difficile. In una sola notte aveva distrutto un intero villaggio, con l’aiuto del branco ci aveva assaliti sorprendendoci nel buio assoluto di una notte senza luna: la sua rabbia sembrava senza fine, con fare vendicativo attaccava tutto ciò che si muoveva, bambini spaventati correvano i loro ultimi pochi passi prima di essere sbranati con insolita ferocia. La famiglia del cacciatore si era ridotta alla sola moglie; morti i figli, i genitori e parecchi altri conoscenti, soffrendo pene allucinanti: è sufficiente che immaginiate cosa significhi fuggire da una belva che vi segue a fauci aperte, fino a quando le fauci vi afferrano, solitamente per una gamba, e risalgono sul tronco della vittima moribonda ma ancora sufficientemente viva per soffrire.

Si erano fatte le quattro del pomeriggio, il caldo non accennava alcuna pausa ma Joseph doveva riprendere il cammino, se non voleva perdere le poche speranze restategli di catturare l’assassino. Dopo aver tastato con mano la terra, il cacciatore prese a seguire una traccia, rassicurato passo a passo da segnali che parlavano del passaggio delle tigri. L’ultimo tratto del sentiero Joseph lo fece di corsa, ad occhi bassi, spalancati e lucenti a dargli un’aria quasi folle: saliva sempre più rapido in cima ad una collina; ormai prossimo alla vetta rallentò il passo e, sdraiatosi a terra, prese a strisciare fino a quando lo sguardo si fissò sul branco a riposo lungo le sponde del fiume grande. Senza pensarci due volte prese l’arco, caricò la prima freccia e colpì a morte il capo branco, il maggior responsabile della tragedia avvenuta al villaggio; la reazione delle altre belve fu piuttosto curiosa: non erano per nulla stupite dell’accaduto, semplicemente si avvicinarono, come in processione, al corpo defunto della tigre e gli leccarono gli occhi. Cinquantadue tigri, una ad una, a salutare il compagno; poi si avvicinarono a Joseph con movenze meste e rassicuranti; tant’è che il cacciatore non era per nulla spaventato dal loro approssimarsi.

– Vedi Joseph – esordì una tigresca – Noi sappiamo quel che ti abbiamo fatto e comprendiamo la tua vendetta.

Joseph, per nulla stupito da una tigre parlante, stava ad ascoltare incuriosito, per vedere dove voleva andare a parare la belva chiacchierona.

– Ma tu devi sapere che Katiumba, la tigre che poc’anzi hai fatto fuori, ha anche lei perso la famiglia in una circostanza analoga alla tua: solo che i cacciatori eravate voi, tuo padre non tra gli ultimi.

Poi un ruggito spaventoso, Joseph perse i sensi e le tigri fuggirono in pochi attimi. Dopo istanti che parvero eterni, il cacciatore rinvenne; stava seduto a terra, appoggiato con la schiena ad un grosso albero; la testa gli girava, tra le dita la paglia spenta, tra i piedi una busta con dell’erba: le tigri parlanti, il tiro con l’arco, il grande ruggito. Joseph doveva smetterla di fumare sotto il sole del sud Africa.

di Gianluca Ventura