Insomnia

novembre 8, 2002 in Spettacoli da Redazione

“Insomnia” (Usa, 2002) di Christopher Nolan, Con Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank e Maura Tierney

32343(2)Dopo “Memento”, “Insomnia”. Christopher Nolan, 32enne londinese del quale sentiremo molto parlare in futuro, pare prediligere la lingua latina per dare il titolo ai suoi film. L’uso di una lingua morta in fase di titolazione stride con un cinema che porta una ventata di freschezza e novità in un genere usurato come il thriller. In “Memento”, uscito da noi un paio d’anni fa, Guy Pearce era costretto a ricostruire il puzzle di un misterioso omicidio attraverso indizi sparsi nella sua mente priva della memoria a lungo termine. Il film procedeva a ritroso: non una serie di flashback, ma una cronologia del film inversa rispetto alla cronologia degli eventi. Lo sforzo mnemonico del protagonista era dunque richiesto allo spettatore.

Se “Memento” era formalmente sperimentale, “Insomnia” lo è – parzialmente – da un punto di vista contenutistico. Remake di una pellicola girata nel 1997 dal norvegese Erik Skjoldbjareg “Insomnia” vede al centro della vicenda Will Dormer un poliziotto mandato dalla città per investigare sulla morte di una ragazza in un paesino dell’Alaska. Accidentalmente Dormer uccide il suo collega con un colpo di pistola e, invece di confessare l’accaduto, si costruisce un alibi. I sensi di colpa sono destinati ad aumentare ed il resto lo fa il giorno perenne dell’estate alaskana: Dormer non chiude occhio. Il poliziotto inizia così a giocare su due tavoli: da una parte deve rendere credibile il proprio alibi, dall’altra deve dare la caccia all’assassino della ragazza che lo ha visto uccidere il collega.

Al Pacino svolge il suo compito nel migliore dei modi. Il suo sbirro ha un fondo di ambiguità che il cinema statunitense difficilmente sonda oppure sonda giudicandolo secondo i parametri manichei della propria cultura. Se per Al Pacino la norma è una prestazione da fuoriclasse, per Robin Williams si può parlare di sorpresa. Si è molto parlato della sua riconversione da comico gigioneggiante in psicopatico introspettivo (“One hour photo” nelle sale da qualche settimana), ma la performance nel film di Nolan è altamente superiore. Il suo cattivo non ha davvero nulla del cattivo standard, anch’esso non risponde agli stereotipi consueti imposti dal ruolo. Valutando quella che i teorici chiamano “corrente di simpatia” non si può che parteggiare per Al Pacino ed osteggiare Robin Williams, ma la bravura di Nolan sta tutta nel caratterizzare i due antagonisti avvicinandoli ed allontanandoli a seconda delle esigenze della narrazione.

“Il fine giustifica i mezzi” messo in bocca all’insonne Pacino che costruisce indizi per discolparsi, ricorda da vicino il modus operandi di un altro grande sbirro del passato: l’infernale Quinlan di Orson Welles. Nolan spostandosi dalla norma di un cinema troppo spesso manicheo, innovando per quanto si possa ancora innovare, si volta a dare uno sguardo alla tradizione. Il resto lo fanno il montaggio di Dody Dorn e la fotografia di Wally Pfister.

di Davide Mazzocco