Incendio

agosto 17, 2006 in il Traspiratore da Stefano Mola

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È un sabato mattina. Mi sveglia il telefono. Mi alzo contrariato, chi mai può essere, per una volta che sto dormendo.

Mi dicono: c’è un incendio vicino a casa tua. La voce sembra preoccupata. Taglio corto, non riesco a pensare a nulla di diverso da uno scherzo, metto giù il telefono bruscamente. Poi però vado sulla veranda: nuvole di fumo. Allora forse l’incendio c’è davvero, mi vesto in fretta, non so bene che cosa pensare, esco sulla piazza. Le prime persone che incontro mi dicono, ah già, ci eravamo dimenticati di suonarti.

Ci sono camion dei pompieri. E c’è l’incendio, fiamme altissime, che si sta prendendo la montagna. Un megafono inizia a ripetere: prepararsi per l’evacuazione. Che cosa devo pensare? Che cosa devo fare? Gente corre da una parte all’altra. Attraverso la piazza, entro in casa di mia nonna, incontro mio padre, esco nel giardino.

Le fiamme stanno scendendo dalla montagna, mio padre e mio fratello e i miei zii stanno bagnando, con il tubo usato per irrigare il giardino, per cercare di rendere umido, per provare a impedire che le fiamme possano attecchire. Perché stanno scendendo, stanno scendendo dalla montagna, ci chiediamo se possono scavalcare la strada, entrare nel giardino. Intanto c’è ancora il megafono, prepararsi per l’evacuazione. Piove cenere, torno un attimo a casa mia, non perché mi illuda di fare qualcosa, ma per vedere com’è la situazione.

Come ci si prepara per un’evacuazione? Che cosa si deve portare via in poco tempo da una casa che contiene tutte le tue cose? Vedo cadere tizzoni sulla veranda. E se cadono più in giù, sotto casa mia, dove ci sono solo sterpaglie e rovi, e le fiamme ci accerchiano? Ammucchio un paio di vestiti, documenti e il computer portatile sul tavolo, torno nel giardino di mia nonna. Il cielo non c’è più: tutto è grigio, tutto è fumo, piove cenere, le fiamme stanno scendendo, è impressionante il rumore, un rombo sordo, con sfumature di ruggito.

L’incendio ci riempie le orecchie, i polmoni, puzziamo di fumo. L’incendio scende, si avvicina alla strada, ci sono i pompieri e i volontari, buttano acqua, tutta quella che c’è, ma i tubi sembrano troppo piccoli e troppo pochi. Capire che non c’è niente che possiamo veramente fare, se non gira il vento. Sembra necessario fare dei gesti, portare un secchio, muoversi da una parte all’altra, per sublimare l’impotenza, per illudersi di non essere formiche. Se non gira il vento.

Viene da scrivere, adesso, per fortuna, qualunque cosa sia, qualunque disegno o compartecipazione di cause accidentali ci sia dietro, se una mano dal cielo, oppure se il battito di una farfalla sulla foresta amazzonica, come nelle teorie del caos, perché il vento non l’abbiamo girato noi, noi abbiamo solo capito che il vento girava, che a un certo punto si è messo a spingere su verso la montagna e non giù verso la borgata, non giù verso il giardino di mia nonna, non giù verso casa mia. Però intanto quella stessa cosa che ha fatto girare il vento qui, o forse un’altra mano, un’altra farfalla, chi sa se c’è un’unica mano, un unico destino, un’altra folata improvvisa, da un’altra parte sulla montagna, uccide un volontario, David Bertrand, 24 anni, uno che non era neanche di Piossasco. Ma noi in quel momento non lo sappiamo, continuiamo a respirare fumo ma anche sollievo, e noi povere cose, ora salve, risaliamo un po’ la montagna, insieme ai volontari e ai vigili del fuoco, cerchiamo con i rastrelli e le zappe di fare dei sentieri taglia fuoco, quante foglie ci sono per terra, quante foglie normalmente innocue, nessuno raccoglie adesso le foglie, adesso sono pericolosissime, sono delle micce, ma il vento è girato, è girato.

Resta quel senso strano di umanità: noi che camminiamo normalmente per le strade e non salutiamo mai gli sconosciuti, adesso parliamo con tutti, chiediamo consigli diamo informazioni ci dividiamo in squadre, quando alziamo lo sguardo per incontrare un altro sguardo sorridiamo anche, nella fatica condivisa, perché il vento è girato, e nel fare piccoli poveri gesti c’è l’urgenza illusoria di fare qualcosa di utile, che se il vento, invece.

Il giorno dopo salgo fino alla croce. Tutto è nero. Gli alberi si levano spogli di tutto, alcuni ancora fumano, per terra solo cenere. Sembra la selva dei suicidi di Dante, canto XIII dell’Inferno. Ancora adesso, gli alberi non si sono ripresa tutta la montagna, la ferita è ancora là, perché la natura ha i suoi tempi che non sono i nostri, questo non lo ricordiamo mai, la natura fa girare il vento, salva delle formiche da una parte e ne toglie una dall’altra.

È successo a Piossasco, il 5 Febbraio del 1999.

Il Traspiratore – Numero 58

di S. Mola