Il MacCaluso in prima nazionale

marzo 23, 2003 in Spettacoli da Redazione

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Domenico Castaldo ha portato al Gobetti di Torino in prima nazionale il suo ultimo lavoro: MacCaluso, la scalata alla dominanza. Da sette anni con il Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore, a Moncalieri, sperimenta nuove forme di fare teatro ed ogni volta crea e distrugge per fornire vie innovative di spettacolo, pur restando sempre legato ai suoi principi: l’attore in primo piano, l’azione scattante del corpo espressivo, il senso comunicante dello stare in scena. Anche questa volta Castaldo sorprende e varia, spiazza dopo le Argonautiche, basate su di un impianto narrativo di coordinazioni fuse in un’unica onda d’azioni.

MacCaluso, invece, si struttura attraverso un intreccio favolistico come una corsa al potere attualizzata e universalizzata tra due pretendenti (MacCaluso e MacBanquo) dopo l’assassinio del reggente Don Duncano. S’apre un’inchiesta, ma allo stesso tempo la scalata alla dominanza, in cui le Moire, il Folle, il Demonio intervengono nelle alterne fortune dei potenti, stringendo in concentrici cerchi la competizione elettorale fino all’election day. Frammenti, tessere di mosaico in una drammaturgia volutamente contemporanea e ambivalente, ironica e pungente che prende di mira usanze e vizi del tempo presente e traccia due vie, percorsi di Vittoria e Conquista dei pretendenti affiancati dalle inarrestabili mogli alla caccia dell’ambito premio: il potere. Si delineano così due vie che si evolvono attraverso le visioni e le apparizioni chiarificatrici delle Streghe, della Papessa, delle Moire, del Folle, passaggi obbligati di MacCaluso per giungere alla Vittoria che lo conduce a “conquistarsi”, a spogliarsi di tutte le influenze che lo hanno sempre tenuto lontano da sé.

Un percorso di innalzamento e di purificazione verso la sua innocenza dimenticata, in cui la sconfitta elettorale corrisponde con la Vittoria finale del trovarsi. Castaldo suggella ancora e sottolinea un modo di agire che è tutto fisicità ed espressione, precisione tecnica ed armonia di azione e reazione in cui gli elementi in scena mutano e parlano, cambiano di segno in costruzioni rotanti e verticali che assumono senso molteplice: le ruote delle Moire si combinano in manufatti che da catafalco diventano letto, argani del destino o carro, scarpe da ballo pistole e pettine tutto costruito verso una verticalità che è aspirazione all’altezza, alla liberazione, alla redenzione di una competizione che innalza chi resta sconfitto. E come sempre negli spettacoli di Castaldo, allievo di Grotowski, musica e scena, azione e parola sono ritmo ed ancora più che nelle Argonautiche scandiscono un concerto di esplosioni sonore e di canti e cori che si accendono come mine vaganti innescando pause che esaltano vuoti di una tensione arcaica: tra musicalità e silenzio, l’accento dei corpi sulle note di parole-armonia a più voci, polifonie di una scena in mutamento costante tra giochi, frizzi e lazzi, clownerie e fisicità che accompagnano attori-strumento di ibridazioni suono-corpo.

L’attenzione è per le espressioni fisiche di volti e voci e le sincronie degli spazi e dei vuoti, del riempimento e delle meccaniche d’azione in blocchi contrapposti e aggrovigliati di gruppi costanti: le coppie dei pretendenti (MacCaluso e MacBanquo e mogli), le tre Moire-Streghe-Papessa, il Demone e la figura di perno del Folle, personaggio centrale asimmetrico e ambivalente di contatto tra i piani dell’orizzonte e le alture delle vette della redenzione, passaggio obbligato per lo sconvolgimento e il cambiamento di segno di MacCaluso. Ancora il regista-attore napoletano ci consegna un’opera estremamente complessa, contemporanea e attualizzata ma allo stesso tempo immediata che va ai sensi di chi guarda e penetra tra ironia e sarcasmo oltre gli occhi degli spettatori, ricordando nell’impianto generale allo storico Ubu Roi di Jarry.

di Alan Vai