Il gioco dell’Angelo

gennaio 7, 2009 in Libri da Barbara Novarese

Il gioco dell’AngeloCon la considerevole eredità del romanzo che lo ha reso famoso in tutto il mondo, Carlos Ruiz Zafon scrive Il gioco dell’Angelo riciclando luoghi e personaggi già noti ai suoi lettori… una squisita sfoglia congelata, pronta da farcire e poi infornare con la temperatura già calda al punto giusto.

Il respiro cupo e malinconico di Barcellona negli anni venti si impone con maggior intensità, la città viene riproposta nella sua veste più tetra: un dedalo di vie senza luce in cui nemmeno lo splendore del sole estivo riesce a penetrarvi. L’atmosfera gotica pervade l’intero romanzo, mentre ombre assassine risvegliano antichi malefici. Il protagonista, David Martin, è figlio di quell’oscurità umida e fumosa che si insinua tra la gente facendone imputridire gli animi.

Una storia maledetta con lo stesso scheletro del ”L’ombra del vento”, narrata seguendo un ritmo lento e morbido sul principio, veloce quasi compresso dopo la metà. Accelera ancora verso la fine e lascia il lettore senza fiato nelle ultime pagine. Lo stato d’ansia raggiunge il suo apice ad un paragrafo dal termine e si esaurisce in una conclusione deludente che, tuttavia, non tradisce l’originalità dello scrittore poiché, ancora una volta, mostra la sua abilità nello spalmare armoniosamente il piacere della lettura su tutte le 675 pagine.

Ciò che è vero nella prima parte (La città dei maledetti), si sgretola inesorabilmente nella seconda (Lux Aeterna) allontanandosi sempre più dalle premesse, quasi ad insinuare il dubbio che “Il gioco dell’Angelo” e l’ “Epilogo” possano essere stati scritti da due autori differenti e che si tratti di due storie separate.

Il racconto è impregnato di descrizioni, con minuzie che in altri contesti si rivelerebbero eccessive; palazzi, scorci, negozi e strade sono necessari quanto i personaggi ed i libri rappresentano la vera coscienza del racconto. Un frullato di Dorian Gray con il Faust ed un pizzico di quell’ingrediente segreto utilizzato da Dan Brown per esprimere il concetto di “nulla è come appare”.

La lettura scorre lineare senza trovare ostacoli a rallentarla o a renderla noiosa. Tutto il superfluo si trasforma in essenziale e, come per magia, la realtà si fonde con la fantasia per solleticare la curiosità del lettore.

Delitti e misteri si coniugano magistralmente all’amore sensuale ed illecito, vagamente masochistico, che non potrebbe sfociare nel lieto fine senza pregiudicare l’integrità stessa del romanzo. C’è spazio un po’ per tutto: amicizia, vendetta, perdono, corruzione, sensi di colpa, paura … ma sempre e solo rigorosamente vestiti di nero.

di Barbara Novarese