Il fuoco nel bosco incantato

dicembre 11, 2002 in il Traspiratore da Simona Margarino

Che faccia, quella luna, e la notte non era che all’inizio. Nella penombra della sera le foglie degli alberi facevano a gara a saltare nelle braccia di un vento intirizzito che, seppur già stanco di soffiare, ancora si sforzava di intrecciare i rami ai pensieri di Signud. C’era un bosco intero su cui meditare, una vita di legno che stava per andarsene, e nessuno lo indovinava; Arvel strinse il piccolo bastone che teneva in grembo e gettò uno sguardo in direzione dell’orizzonte. Dopo un attimo di incertezza, lo vide, il fuoco, lo vide avanzare.

Stava bruciando ogni cosa, senza fermarsi, e suo marito, inginocchiato lì davanti a lei, non sapeva che fare; le dita bitorzolute dei due gnomi avrebbero saputo aggrapparsi al tronco più duro, ma nulla potevano contro un muro di fiamme troppo più alto di loro, scaltro e veloce. Era un gioco per altri, anche se dalle gambe corte. Signud legò le sue mani piccole a quelle della sposa, con un timido sorriso. Gli occhi si fissarono pronti all’ultimo saluto, col cuore stranamente immobile. Poi si stesero a terra, in attesa che il senso di tutto quello la smettesse di tergiversare e prendesse coraggio, finché non si addormentarono, in mezzo all’inferno e una tristezza da far male.

Si svegliarono al chiarore bagnato dell’alba. Il campo era una distesa di cenere, il loro animo un silenzio leggero. Quasi per caso Arvel prese fra le dita il naso del suo compagno, lo strizzò a lungo e in tal modo cominciò una stagione nuova di scherzi, in un velo di malinconia, in un’allegria rinata dal nulla. Qualcuno dei fratelli era morto, ma la maggior parte viveva. Ora si facevano lo sgambetto, ora si tiravano per le caviglie, ora si strappavano i capelli, ora lanciavano grida velenose all’ombra di qualche fungo, nell’umidità del sottobosco.

Così andava laggiù, nella notte, nel freddo e in tutto ciò che là fuori ancora restava.

Il Traspiratore – Numero 40

di S. Margarino