Il Festino

giugno 28, 2007 in Spettacoli da Roberto Canavesi

Il FestinoNon raggiunge forse lo spessore e la forza drammaturgica di M’Palermu o di Mishelle di Sant’Oliva, ma Il Festino di Emma Dante, andato in scena alla Cavallerizza Reale per il Festival delle Colline Torinesi, offre comunque lo spunto per una grande prova d’attore con il bravissimo Gaetano Bruno applaudito protagonista di un’ora di teatro di graffiante fisicità.

Una vicenda pretesto che Emma Dante costruisce intorno alla figura di Paride, un uomo rimasto bambino che, nel giorno del suo trentanovesimo compleanno, si trova a rivivere i fantasmi di un passato legato alla figura del fratello gemello Jacopo: questi, costretto in vita su di una sedia a rotelle, ora non c’è più, o forse non è mai esistito e vive nella proiezione inconscia dello stralunato ego di Paride. Di certo, Paride e Jacopo sono le due facce di una stessa medaglia, recto e verso di un’esistenza vissuta all’ombra di un’insofferente e severa madre quanto di un avido e disinteressato padre. Sono però, soprattutto, i soli abitanti di un mondo fantastico ed onirico dove le scope dello sgabuzzino diventano compagne di ballo per uno scatenato cha cha cha, piuttosto che le bolle di sapone e le lingue di Menelik strumenti di divertimento ed affabulazione.

Porre il testo al servizio dell’attore, e non viceversa, sembra essere il grande pregio di un monologo dai contorni ora grotteschi, ora tragici, dove il corpo dell’interprete sembra di continuo attraversato da un’adrenalinica fisicità che lo trasforma in una sofferta ed intensa maschera di se stesso, impreziosita da una non meno straordinaria mimica facciale. E in questa dimensione di teatro espressivo non è forse un caso che i primi cinque minuti non siano attraversati da parole, ma solo da una rapsodica e schizofrenica danza per svestire una giacca indossata al contrario e poi, in un crescendo di squittii e mugolii, da un divertito slalom tra scope colorate.

Con Il Festino Emma Dante aggiunge un nuovo capitolo al suo personalismo percorso teatrale di “celebrazione del dolore”, un patire tanto fisico quanto psicologico che si riflette in una concezione claustrofobica ed opprimente dell’universo famigliare.

di Roberto Canavesi