Il fascino perverso della borghesia

novembre 25, 2005 in Cinema da Redazione

Claude ChabrolClaude Chabrol, antropologo della borghesia malata, se ne sta in coda davanti a me alla toilette. Non l’ho riconosciuto. Un po’ reclinato in avanti dal peso degli anni sembra uno dei tanti pensionati che affollano le proiezioni pomeridiane dei cinema d’essai. Mi accorgo di stare alle spalle di uno dei più luminari cavalieri della Nouvelle vague solamente quando un ragazzo gli butta lì un complimento asciugandosi le mani con un tovagliolino di carta. Un’epifania, come epifania è stata riscoprire questo autore con la bella retrospettiva che il Festival ha deciso di dedicargli a una decina d’anni da un’altra sua visita torinese, quando venne a portare il “Buio nella mente” della “solita” Isabelle Huppert (l’eroina della borghesia malata da almeno tre decenni) e dell’algida Sandrine Bonnaire.

Da Le beau Serge del 1958 a Les fantômes du chapelier del 1982, la rassegna torinese ha ripercorso i primi venticinque anni di carriera di quello che qualche tempo fa i “Chaiers du cinema” hanno indicato come il più importante cineasta vivente. È stato preso in esame il periodo del “Chabrol nouvelle-vaguista che bruciava film uno dopo l’altro, spostando la passione hitchcockiana dentro la fame del girare, all’interno di una bulimia creativa in fondo contraria alla perfezione matematica del maestro. Come a dire che girare tanti film all’anno (sei solo tra il 1964 e il 1966) era un modo anarchico e frammentario di rideclinare Hitchcock secondo i canoni della modernità europea e del cinema del gesto, improvvisato, free jazz appartente modello Godard” (Roy Menarini, Segnocinema N° 136, pag. 60).

La décade prodigieuse (Dieci incredibili giorni) è forse il meno emblematico, ma più enciclopedico fra i film di Chabrol. Su di un plot hitchcockiano viene innestato il titanismo tipico dei film di Orson Welles che qui recita anche nel ruolo di protagonista. Il maestro è qui presente con Anthony Perkins, il cui ruolo di schizofrenico non si discosta molto da quello di “Psycho”. Chabrol si diverte anche a sperimentare, lui, sempre così equilibrato, sovverte all’inizio del film le regole della propria grammatica filmica con movimenti di macchina obliqui e un uso distorto del sonoro. A riportare l’ordine in questo meraviglioso caos ci pensa il sempre sommesso Michel Piccoli. L’attore transalpino non ha solamente il compito di sbrogliare il bandolo della matassa. Piccoli è presente per ricordarci che anche fra titanismi wellesiani, echi hitchcockiani, sperimentazioni da free cinema e anacronismi da film in costume questa è pur sempre nouvelle vague.

Nel 1974 Chabrol dirige Les innocents aux mains sales (Gli innocenti dalle mani sporche) che è soprattutto un film di attori, un incontro fra la sensualità della dark lady dal viso d’angelo, Romy Schneider, e l’istrionismo di uno dei pesi massimi dell’Actor studio, Rod Steiger. L’Europa incontra l’America. Il cinema di genere incontra il cinema d’autore. Chabrol tratta – per sua stessa ammissione – un plot ricco di colpi di scena al limite del ridicolo con la solita disinvoltura, trasformandolo in un oggetto ricco di fascino.

Dello stesso anno è Les magiciens (Profezia di un delitto), per il quale Chabrol abbandona l’amata provincia per l’assolata Tunisia. È un film che il regista transalpino ha ripudiato dicendo di amarne solamente due scene. D’altronde tutti i grandi registi hanno fatto qualche passo falso e avere come protagonisti Franco Nero e Stefania Sandrelli non può che essere un attenuante.

La femme infidèle (Stephane, la moglie infedele) e Les noces rouges (L’amico di famiglia) sono più paradigmatici del modo di fare cinema di Chabrol. Nel primo film (1968) un uomo scopre che la moglie lo tradisce, incontra l’amante e ne occulta il cadavere. Nel secondo (1973) due amanti uccidono i rispettivi coniugi, ma vengono denunciati dalla figlia della donna. Chabrol lavora sul terreno a lui più congeniale, quello della borghesia descrivendone i peccati e le passioni con uno stile preciso e asciutto che non giudica, ma si limita a registrare gli eventi. Tutto ci sembra Chabrol tranne che un moralista. In merito a “L’amico di famiglia” Chabrol disse che il cancro dei due protagonisti era rappresentato dal provare “passione in un universo che non ha niente a che vedere con essa”. Sembrerebbe un’assoluzione, ma Chabrol è bravo a non mettere mai lo spettatore nelle condizioni di essere indulgente con chi si rende autore di un delitto. Gli si potrà obiettare di non essere stato un autore eclettico, ma nella ristrettezza di temi, tipi, luoghi e generi, Chabrol resta comunque un grandissimo umanista, uno dei pochi che valgano la visione per partito preso.

di Davide Mazzocco