Il fascino ambiguo del potere

gennaio 28, 2002 in Cinema da Redazione

“Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello” di Peter Jackson, con Elijah Wood, Ian McKellen, Ian Holm, Cate Blanchett, Viggo Mortensen, Liv Tyler, Sean Bean e Christopher Lee.

25326Per chi è sopra la ventina ed ha già potuto godere nel corso della propria vita di un film come “Guerre stellari”, sembrava impossibile sognare il felice ripetersi di un tale avvenimento. “Il signore degli anelli: la compagnia dell’anello” a questo proposito ci disillude e ci rimprovera della nostra scarsa fede. Gli archetipi cui il film fa riferimento sono quelli classici della favola: la divisione manichea tra Bene e Male, l’eroe ed il manipolo di coraggiosi che lo accompagnano lungo il suo difficile cammino e gli antagonisti (numerosissimi in questo caso).

“Il signore degli anelli” è a suo modo un road movie, un percorso iniziatico che porta i membri della “Compagnia dell’anello” a una maggiore consapevolezza di sé e dell’importanza dell’amicizia. Ogni personaggio della storia ha il proprio peso ed è indispensabile nel determinare la sorte del racconto. Elfi, nani, curiosi cavernicoli dagli occhi azzurri, hobbit, fate, maghi, uomini contribuiscono con la loro irripetibile individualità e con le caratteristiche culturali tipiche del popolo cui appartengono al raggiungimento dello sperato lieto fine.

Siamo dunque di fronte ad una novella interrazziale che, senza retorica, indica la via della fratellanza in nome di un fine superiore, la sconfitta delle oscure forze del male incarnate dal signore della terra di Mordor “dove l’ombra cupa scende”.

Come l’imperatore di “Guerre Stellari”, Saruman è il maligno assoluto assetato di potere. Rientrando in possesso dell’anello del comando da lui stesso forgiato, il nero spirito, rappresentato da un occhio di fuoco di massonica memoria, intende spazzare via il regno degli elfi, quello degli hobbit e quello degli uomini.

Il giovane hobbit Frodo è l’animo puro che solo può resistere al fascino dell’anello che, se indossato, assicura potere assoluto, ma anche corruzione dello spirito e malvagità. L’anello è metafora del potere accentrato, che non può mai essere giusto e che è destinato a trasformarsi nell’egoistica affermazione di sé e della propria superiorità ai danni di un prossimo considerato inferiore.

La semplicità apparente di questa struttura antica e per questo efficace è complicata da riferimenti alla tradizione cinematografica e letteraria occidentale. Chi non riconoscerà nel carattere burbero del nano Gimli una certa somiglianza con il re degli Uomini volanti di Flash Gordon o nella storia dei mezzi-uomini Frodo, Pipino, Merry e Sam un’analogia con il piccolo Willow di Ron Howard? E chi non pensa alla “Chanson de Roland” assistendo all’eroica morte di Boromir che, per riscattare un suo momento di debolezza, chiama rinforzi con un corno molto simile all’Olifante e sacrifica la propria vita in difesa dei compagni?

L’anello poi, fatato e nefasto, ha una propria volontà di distruzione con la quale soggioga la mente di chi lo porta, cerca di ritornare dal suo nequissimo padrone e ricorda le novelle del destino del romanticismo tedesco dove un oggetto qualsiasi si sostituisce al destino e all’ordine morale dell’universo. Non è forse un caso che l’unico modo per distruggere l’anello sia quello di gettarlo nella lava incandescente del monte “Fato”?

Più di mille pubblicità progresso vale la visione di questo film che ricorda agli adulti che, pur se poco praticata, l’etica mantiene la propria attrattiva e s’impone alla nostra coscienza con la semplicità di una favola ed ai bambini che la purezza dello spirito è un prodotto fuori moda, ma che vale la pena di non svendere… tanto, come si dice sempre, essere alla moda significa non seguire nessuna moda!

di Elena Bottari