Il Celeste Impero

settembre 8, 2008 in Arte da Gabriella Grea

GuerrieroPresentare ai contemporanei le meraviglie del passato, senza privarle della loro autenticità derivante dai luoghi d’origine, dal tempo e dalla cultura degli artefici è molto difficile. Lo spazio di presentazione ha un ruolo di grande importanza. La parte ancora intatta del teatro romano offre una tavola sinottica naturale: per accogliere e presentare opere coeve provenienti dall’altra metà del mondo.

I guerrieri di Xi’an, a guardia degli altri tesori arrivati a Torino per l’occasione, occupano la gradinata del teatro romano, testimoni dell’intrecciarsi delle vicende di due grandi imperi scomparsi, di un passato dal qual deriva il mondo di oggi.

La mostra offre un panorama su più di mille anni di storia cinese, dai Qin 221 a.C. alla dinastia Tang 907 d.C.

Il primo impero creato dalle dinastie Qin e Han (220 a.C.-220 d.C.) si differenzia profondamente dal secondo impero caratterizzato dal potere delle dinastie Sui e Tang (581-907 d.C.): la differente impostazione politica si riflette in campo artistico culturale e sociale.

Nel 221 a.C. Ying Zheng (259-210 a.C.), sovrano del potente regno Qin, riuscì a costruire un grande impero che non fu mai inteso come un’annessione di domini stranieri, ma come un’opera di unificazione, di restaurazione di un’unità prefigurata dove l’Augusto Imperatore riassumeva ogni potere ed ogni mediazione tra cielo e terra. L’ansia di immortalità del primo imperatore conteneva la consapevolezza dell’estrema fragilità del potere assoluto di fronte alla morte, perciò almeno la sua gloria doveva perdurare immensa, affidata alle grandiose opere realizzate e difesa non già da guerrieri mortali, ma da uno sterminato esercito di terracotta. Per contrastare le armate degli spiriti nemici, che potevano tornare per vendicarsi, ecco organizzati 7000 guerrieri, 600 cavalli e 150 carri, scoperti casualmente nel 1974 nei pressi del tumulo piramidale del primo imperatore. La costruzione (55 m) domina verso Nord la vallata del fiume Wei, protetto a sud dai Monti del Cavallo Nero, oltre 30 km a Est di Xi’an; è l’epicentro di un enorme complesso funerario che si estende per circa 56 kmq.

Le statue hanno dimensioni superiori alla norma, rappresentano tipi e non individui, sono il frutto di diversi elementi combinati, prodotti in serie, mentre i dettagli (acconciature, armi, scarpe e utensili) sono stati modellati dai maestri scultori.

La pratica di fabbricare sculture raffiguranti esseri umani, destinate alla sepoltura, verrà perpetrata anche dalle dinastie successive, ma la scultura diverrà progressivamente più plastica e dinamica: i cavalli di bronzo che compongono la guardia d’onore del generali Zhang appaiono vitali e scattanti.

Sarà però il buddismo (I sec d.C.), che si sostituisce al confucianesimo come religione di stato, a determinare il grande sviluppo della scultura.

BuddhaEmerge dalle fondamenta del teatro romano, poggia su un impalpabile pannello di vetro, appare sospeso nello spazio nonché nel tempo, il Buddha Maitreya. Oggi come nelle grotte di Longmen più di mille anni fa (dinastia Tang 618-907 d.C.) suggerisce equilibrio e serenità, nonostante superi i 2 metri di altezza. Non è la mole a dominare, perché la grandezza della dinastia al potere non si celebra più con l’esagerazione delle masse corporee, ma con il perfetto equilibrio dell’insieme [Statua raffigurante il Buddha Maitreya, Din. Tang (618-907), 700 circa, pietra calcarea, h 240 cm, l 170 cm, p 110 cm, grotte di Longmen].

La circolazione di genti, di merci, di idee e religioni, unita alla sintesi di linguaggi ereditati dal periodo precedente, rende l’arte Tang diametralmente opposta rispetto a quella Han.

Dalla metà del VI secolo d.C. le influenze indiane si manifestano nella scultura, ma anche nel linguaggio decorativo, improntato ad una gusto fortemente ornamentalista: morbidi spirali, draghi, uccelli, nuvole, festoni e nastri. Il gruppo delle 4 danzatrici, 2 con gli stivali e due con le scarpe a nuvola, mostrano la passione Tang per la danza e la musica di origine centro-asiatica e persiana, parte integrante della vita quotidiana dell’intera società.

Anche in ambito pittorico si colgono differenze significative tra le diverse epoche storiche; così mentre in epoca Han il senso del volume e del movimento sono affidati al contorno ed il colore è applicato in modo uniforme nell’eunuco della tomba è la linea rapida, di vario spessore, che definisce le forme e suggerisce i volumi, quasi non c’è colore. Nonostante lo stile minimalista il pittore ha dato movimento e carattere al personaggio.

Potrete divertirvi a scovare le citazioni intarsiate sui bassorilievi, sulle ceramiche o riprodotte sulle pitture ad omaggio dei territori attraversati dai mercanti e dai guerrieri, visitando la mostra anche più di una volta per cogliere appieno ogni dettaglio. Sarà di prezioso compendio l’interessante ed esaustivo catalogo a cura di sabina Rastelli e da Maurizio Scarpari, docenti di Storia dell’Arte Cinese e di Cinese Classico all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Infine si affianca alla mostra una rassegna di spettacoli e film a ingresso libero nel teatro romano, ad integrazione e approfondimento dei temi trattati in mostra.

Il celeste impero

Dall’esercito di terracotta alla via della seta


Fino al 16 novembre 2008

Museo di Antichità di Torino, Piazza San Giovanni.

Orari:

Fino al 14 settembre: da martedì a domenica, 10.30 – 19.30. Giovedì e sabato prolungato fino alle 23.

Dal 16 settembre: da martedì a domenica, 8.30 – 19.30. Giovedì e sabato prolungato fino alle 23.

di Gabriella Grea