Il baseball

maggio 12, 2007 in Sport da Stefano Mola

la solitudine del giocatore di baseballIl baseball è uno sport vicino alla solitudine. Il lanciatore per esempio. È come se passasse il tempo a tirare un rigore dopo l’altro. Cosa si aspettano tutti? Che lui lanci la palla e che il battitore non la colpisca. Che quest’ultima cosa succeda, statisticamente, è raro. Siamo nella stessa situazione psicologica del rigore. Se lo segni, hai fatto il tuo dovere. Se lo sbagli, è un dramma. Se il portiere para, è un eroe. Se il battitore coglie la palla, idem. Il problema è che in una partita di calcio di rigori ce n’è quasi mai più di uno. Qui invece il lanciatore se ne sta sulla sua ridicola piccola montagnola e prima di andarsene deve eliminare tre battitori. Per ognuno, sono necessari tre lanci validi che il battitore non deve prendere. Dunque, nove lanci. Nove rigori. Di turni sul monte di lancio, in ogni partita, nove. Dunque, ottantuno lanci. Ottantuno rigori (possono succedere anche altre cose, ovviamente, semplifico).

Shea StadiumInsomma, se sei un lanciatore sei lì da solo con addosso decine di migliaia di occhi che si aspettano che tu, in primo luogo, non sbagli. E gli avversari intanto ti studiano, lancio dopo lancio, cercando di capire se e come e quando si esaurirà la tua fantasia. Quante traiettorie puoi inventare? Anche la televisione con te è crudele. Nella sintesi delle partite, che cosa fanno vedere per la maggior parte del tempo? I momenti in cui il battitore coglie la palla e la scaglia il più lontano possibile, magari fuori campo, e inizia a mangiarsi trotterellando una base dopo l’altra. Non è un’azione sportiva, la sua, diventa una specie di trionfo come gli antichi romani. E lui, il lanciatore? China leggermente la testa nelle spalle, sputa per terra, fa qualche passo facendo finta di niente, come se non fosse lì. A volte immagino che abbia la tentazione di sfruttare la confusione e di prendere la strada degli spogliatoi, sperando che gli altri si dimentichino di lui, e di mettersi in un posto all’ombra e bersi una birra con l’i-pod nelle orecchie. Invece no. Pochi secondi dopo deve lanciare ancora, davanti un nuovo battitore, magari con l’adrenalina a mille per l’impresa del suo compagno, pensando che la può fare anche lui.

Succedono anche un sacco di cose da sport di squadra, molte delle quali capisco appena. Però spesso, molto più spesso che in altri sport, c’è questa specie di solitudine, di duello. Come per quelli che giocano esterni, lontano, nel verde. Passano minuti e minuti e la palla dalle loro parti non arriva mai. Chissà cosa pensano, guardando di lontano il lanciatore. Poi improvvisamente, una palla sale al cielo e scende verso di loro, oppure loro le corrono incontro. In quel momento sono soli. Sono stati fermi un’eternità e un momento dopo, senza continuità, tutto dipende da loro. Devono prenderla al volo, oppure se ha già toccato terra, lanciarla il più velocemente e precisamente possibile a un compagno.

In tutti gli sport ci sono momenti decisivi. Qui però ci sono lunghe pause e quando non ci sono le pause non puoi sbagliare. Ogni cosa che fai è fondamentale. La partita è un insieme di frammenti drammatici dove sei un eroe, oppure un idiota. Non so dire se amo il baseball, ho visto nella mia vita poche partite, ma questi aspetti psicologici, estremi, che richiedono concentrazione assoluta, precisione, mi affascinano. Non puoi supplire, come in altri sport, con impegno o agonismo. Non devi sbagliare, e basta.

Considerazioni a margine dell’incontro New York Mets – Atlanta Braves, New York, Shea Stadium, 22/04/2007.

Altre foto di New York

di Stefano Mola