Grinzane05.02

febbraio 28, 2005 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Abbandonami
Autore: Maria Pace Ottieri
Casa editrice: Nottetempo
Prezzo: € 13
Pagine: 150

abbandonamiConvivenza, matrimonio… che incarnazione hanno queste parole nella pratica quotidiana di questi nostri anni? Aspiriamo a essere travolti e affascinati, a immergere le mani in una differenza che ci possa in qualche modo completare o complementare. Poi, ci troviamo di fronte alle sedimentazioni geologiche che hanno costruito l’altro, e ci sorprendiamo che non siano argilla modellabile, ma spesso roccia immodificabile. Non siamo più preparati al lavoro che porta al consolidamento di una relazione. A momenti alterni, guardiamo e riguardiamo adoranti il poster della felicità appeso sulla parete al di sopra del nostro letto, che somiglia molto alla fotografia di una corsa su un prato, colta nell’attimo in cui i piedi sfiorano appena il terreno, anzi sembrano sospesi per aria. Tutto deve essere fluido, e facile. E poi proiettiamo il nostro sguardo in avanti, e vediamo il tunnel grigio delle ripetizioni e le camicie di forza delle costrizioni e delle rinunce. Tutto è già costrizione e rinuncia, intorno, possibile che anche una relazione abbia questa vernice?

Questi tempi ci hanno permesso di pensare una sospensione, ci hanno tolto progressivamente di dosso il pesante cappotto della necessità di un legame stabile con figli il più presto possibile, pena un marchio quasi d’infamia. Ci hanno preso la mano, e docilmente abbiamo spostato sempre più in avanti il confine della presa di responsabilità, e abbiamo una paura folle di dover scrivere sulla carta di identità adulto. Abbiamo la statuetta di Peter Pan sul comodino, non c’è più un tempo per ogni cosa ma un unico tempo sospeso e fintamente dorato, anche i cantanti che sono cresciuti con noi continuano ad agitarsi sul palco invece di somigliare ai nostri nonni.

Convivenza, matrimonio… pietre pesanti che sformano le nostre tasche. Con questo libro agile e molto ben scritto, con la giusta dose di iperrealistica ironia mischiata a una ben fornita faretra di frecce velenose, Maria Pace Ottieri ci porta dritti al cuore del problema, raccontandoci la storia di Tom e di Lea. O meglio, più la storia di Tom vista attraverso gli occhi di Lea. Il punto di vista è quello di un narratore esterno, che per la totalità del tempo prende comunque in prestito gli occhi di Lea che osservano Tom, questo strano animale che un tempo è stato capace di affascinarla con le sue storie, con la sua conoscenza di luoghi e persone, spesso lontani.

Tom per molto tempo non è stato in grado di avere un lavoro normale (concetto che sta del resto, sempre in questi nostri tempi, cambiando radicalmente di significato), e si è spesso allontanato, anche durante i primi tempi della loro relazione, per trascorrere lunghi periodi in oriente, vicino e lontano. Paradossalmente, o forse no, è proprio in queste assenze che la sua presenza è più vicina e attenta: attraverso le sue multicolorate e debordanti lettere, è stato più vicino a Lea raccontandosi di quanto non lo sia stato nei periodi in cui invece hanno condiviso lo stesso tetto. Forse perché è più facile immaginarsi vicini all’altro facendo cose diverse che non dovendo supportarsi e sopportarsi sulla banale pianura della quotidianità, in cui ci sono mille sassi in cui inciampare, e per di più sempre gli stessi.

Tom dai mille amici e dai mille impegni, perennemente in ritardo, perennemente impegnato in stravaganti imprese, perennemente in spostamento verso qualcos’altro. Perché Da quando Lea lo conosce, Tom vive in attesa di un momento catartico che finalmente lo introduca nel mondo degli adulti per il quale non si sente ancora pronto, malgrado abbia da tempo varcato il confine anagrafico [pp. 41]. Alla fine per Lea, il Tom dell’inizio non esiste più: Nei confronti di Tom prova la stessa vertigine epistemologica di un antropologo di fronte al modo diverso di pensare la realtà di un popolo remoto [pp. 104].

Ma alla fine, la radice tutto sta nel brano seguente: Forse è questo che impedisce a Tom e Lea di fondersi, di diventare una coppia osmotica dove i desideri e le aspirazioni di ognuno si mescolino come corsi d’acqua, l’impossibilità per ognuno dei due di rinunciare a una parte di sé, una tenace identità da figli unici, malgrado entrambi abbiano dei fratelli [pp. 152].

Ce la faranno, Tom e Lea, ad andare avanti? Oppure qualcuno darà seguito all’imperativo che sta come titolo del libro? La risposta dovete cercarla nelle parole agili e pungenti di Maria Pace Ottieri.

di Stefano Mola