Grinzane05.01

febbraio 20, 2005 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Il caso Arbogast
Autore: Thomas Hettche
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 16,5
Pagine: 288

Grinzane 2005La pagina iniziale di questo libro è stupendamente ingannevole e vera. Descrive con estrema delicatezza e precisione le sensazioni di un uomo che, dopo aver incontrato una donna ed esserne rimasto affascinato, capisce con certezza che di lì a poco farà l’amore con lei. La bravura dello scrittore tedesco Thomas Hettche sta nel rendere anche l’esitazione in cui questa certezza è avvolta, la sua forza e al tempo stesso la sua fragilità. Anche le azioni successive, le parole, i gesti, riescono ad approssimare in modo notevole quel momento irriducibile che è l’avvicinamento sessuale di due persone.

Lei si chiama Marie Gurth, è una profuga da Berlino Est (siamo nel 1953, in Germania Ovest). Lui è Hans Arbogast, rappresentante di bigliardi. Entrambi sono sposati. Arbogast le ha dato un passaggio il mattino, dopo averla incontrata per caso. Potrebbe sembrare l’inizio di una grande storia d’amore, magari tormentata visti i reciproci legami. Invece, dopo essersi appartati in riva a un ruscello, nel corso di un amplesso assai intenso ma pienamente consenziente, Marie si accascia tra le sue braccia, morta.

Da questo punto in avanti inizia il caso Arbogast, che ha abbandonato Marie in una scarpata, costituendosi solo qualche giorno più tardi. Nella zona, quattro donne sono state violentate e uccise nei mesi precedenti. Dopo due anni, nel 1955 viene condannato all’ergastolo. Arbogast si dichiara e si dichiarerà sempre innocente. A condannarlo, la perizia del professor Maul, redatta unicamente sulla base di alcune fotografie di bassa qualità scattate da una giovane fotografa sul luogo del ritrovamento del cadavere. Secondo Maul, e in contrasto con il risultato dell’autopsia, si tratta di strangolamento. Il caso viene riaperto solo alla fine degli anni 60, grazie all’interessamento dello scrittore Fritz Sarrazin e alla revisione del processo ottenuta dall’avvocato Ansgard Klein. Ma lasciamo il resto della trama al lettore, ricordando che si tratta di una vicenda realmente accaduta.

Che cos’è dunque questo romanzo? La storia di un errore giudiziario, e della volontà dei singoli di far comunque trionfare la verità? L’affresco di un’epoca puritana e moralista che si ritrae di fronte a un comportamento trasgressivo, rivelatore di una pericolosa (e al tempo stesso invidiata) libertà dei sensi? Sicuramente è anche tutte queste cose. Ma al tempo stesso, pur nella precisione estrema che Hettche ha nel descrivere gli aspetti legali e medici, derivanti da una grande attività di documentazione, il libro riesce ad avere una dimensione che va al di là della contingenza della ricostruzione storica (e qui sta la misura del suo valore).

Ne è rivelatrice la frase che Hettche pone a conclusione dei suoi ringrazimenti: Questo libro è però dedicato all’amore, nel quale unicamente è nato. Non al suo lato romantico, ma a quello oscuro, con cui è spesso difficile fare i conti, in cui l’attrazione che va al di là delle parole è dominante, in cui c’è l’aspirazione alla soddisfazione del piacere, a trovare quel momento assoluto in cui tutto sembra perfettamente semplice e sospeso e ci si può dimenticare di se stessi, della propria parte razionale, fino a portarlo al suo confine estremo, la sospensione suprema, ovvero la morte.

Hettche intreccia tutti i personaggi attorno a questo nucleo, sia che riescano a consumarlo, sia che ne vengano impediti da loro stessi o dalle circostanze. E tutti i personaggi, uomini e donne, per nascosta gelosia o attrazione, restano intrecciati alla enigmatica e oscuramente magnetica personalità di Arbogast, che di questo lato dell’amore è simbolo. Insieme alla assente presenza di Marie Gurth, fissa nella memoria di tutti, e soprattutto in quella di Arbogast, che non riuscirà mai a dimenticarla.

di Stefano Mola