Gli onori perduti

dicembre 1, 2003 in Attualità da Stefano Mola

Calixte Beyala, “Gli onori perduti”, Epoché, pp. 366, Euro 15,00

Gli onori perdutiIronica, grottesca, colorata, passionale, ricca di colori, odori, rumori. A tratti anche dura, senza sconti: così è la scrittura della camerunese Calixthe Beyala. Con “Gli onori perduti”, ha vinto il Gran Prix du Roman de l’Académie Française, vendendo in Francia ben 100.000 copie. Da poche settimane questo romanzo è anche nelle nostre librerie, grazie alla nuovissima casa editrice Epoché (ve ne abbiamo parlato sul Traspi qualche tempo fa). Programmaticamente dedicata agli autori dell’Africa, scegliendo Calixthe Beyala per il suo esordio ci dà buone ragioni (letterarie) per andare alla scoperta di un continente troppo spesso dimenticato. Epoché non ci porta solo il libro: ci fa conoscere dal vivo anche l’autrice. Mercoledì 3 Dicembre, alla GAM (via Magenta 31), alle ore 18:00 potremo incontrare Calixthe Beyala. Interverranno Claudio Gorlier, Costanza Prada e Sergio Zoppi.

“Gli onori perduti” racconta la storia di Saïda Bénérafa, da New Bell, bidonville di Douala, Camerun. Un posto costruito con “quello che vomita la civiltà […] il quartiere dei duri immaturi; dei cercatori di diamanti senza pozzi; dei venditori di arachidi; degli antiquari senza bancarella; dei conduttori di risciò che urlano; dei venditori di biglietti della lotteria che sbraitano […] Ma soprattutto è il quartiere di Madame Kimoto, proprietaria dell’unico bordello che ha una facciata rossa e gialla, e tende di perline. Fa da ristorante e insieme da sex-shop” [pag. 13].

Saïda ci parla in prima persona e parte dalle vicende che accompagnano la sua nascita, destinate a segnare buona parte della sua esistenza. In molte regioni del mondo nascere femmina è una sventura. E il padre non riesce a farsi una ragione del sesso della sua progenie (“Un uomo che non ha figli maschi è come un albero senza frutti”). All’avvenimento lungamente atteso partecipa tutta New Bell: e tra discussioni animate, preghiere non esaudite nella speranza di un cambio di sesso post parto, litigi, Bénérafa padre cava inavvertitamente un occhio a un compatriota. La comunità stabilisce che dovrà rifondere il danno con 10.000 franchi. Bénérafa padre lavorerà anni per estinguere il debito. Riterrà Saida la causa di tutte le sue sventure, martellandole in testa il chiodo della verginità, che sarà per lei un’identità e al tempo stesso un fardello sempre più ingombrante. A New Bell, a parole, la verginità è un valore, ma essere senza un uomo, una pesante forma di anormalità. E l’atteggiamento reclusorio e colpevolizzante del padre non le faciliterà gli incontri maschili.

Le cose non saranno per lei più facili nemmeno in una città molto diversa da New Bell: ovvero, Parigi. Le hanno assicurato che nella capitale francese, scenario della seconda parte del libro, gli uomini daranno grande valore al suo certificato di verginità. Ed in effetti, susciterà molto scalpore: ma non per i motivi da lei immaginati.

Se in Camerun il confronto era stato con il padre, nella capitale francese la figura di riferimento sarà Ngaremba, presso cui Saïda farà la domestica in cambio di vitto e alloggio. Ngaremba è bellissima, giovane, intelligente. Si guadagna da vivere facendo il pubblico scrivano per la comunità immigrata di Belleville. Se Bénérafa padre aveva sofferto per tutta la vita “l’affronto” di una figlia femmina negandole di vivere la femminilità, Ngaremba rappresenta un modello completamente diverso, ma altrettanto incompiuto. Divorziata, con la piccola figlia Loulouze a carico (tra i personaggi più riusciti del libro) annacqua il suo desiderio nascosto di famiglia nel rapporto con l’indegno (e bianco) Frédéric, giornalista spilorcio per il quale Ngaremba è sostanzialmente una donna molto bella con cui fare l’amore. Il rapporto tra le due donne, che parte sbilanciato dal senso di superiorità di Ngaremba, si farà sempre più complesso, delicato, tormentato e sfaccettato. Fin quando un giorno Saïda non saprà trovare da sola la sua strada verso una identità consapevole e indipendente.

Questo è solo un riassunto sterilizzato dei fatti, che può apparire molto drammatico (e a ben guardare, nella sostanza lo è per la realtà che sottintende). Tutto quello che manca, e che si può godere solo leggendo il libro, è il modo con cui Calixthe Beyala racconta. Grazie al registro ironico, spesso sarcastico, non ci sono tracce di autoindulgenza o vittimismo. Nessun amo di pietismo, o scorciatoie colonialiste nella rappresentazione della scalcinata bidonville e dei suoi stralunati abitanti. Per esempio, Bénérafa padre cava sì l’occhio, ma durante un replay della rissa originale, richiesto dal giornalista-news della comunità: non era riuscito a registrare le battute iniziali del litigio. Soprattutto è efficace e convincente con una scrittura che spesso procede per accumulazioni e accostamenti, capace in poche righe di tratteggiare pennellate impressioniste che restituiscono non soltanto un’immagine, le figure in primo piano, ma anche tutto quello che ci sta intorno e che ha a che fare con gli altri sensi.

La vicenda di Saïda parla in fondo della condizione femminile e della difficoltà di emancipazione non solo di quella parte del mondo che abbiamo dimenticato. Sferza presuntuosi intellettualismi e facili lavacri della coscienza (si vedano gli spassosi capitoli che descrivono gli incontri degli intellettuali nella casa di Ngaremba). Saïda realizza la sua felicità e la sua libertà solo quando riesce a sbarazzarsi di tutte le sovrastrutture, per ascoltare veramente solo se stessa. Facile a dirsi, ma difficilissimo da realizzare, come per tutti noi. Perché la vera letteratura spesso ci aiuta guardare il nostro riflesso, mentre ci mettiamo per un attimo nelle scarpe altrui.

di Stafano Mola