Gianni Farinetti per Traspi.net

aprile 12, 2007 in Libri da Tiziana Fissore

Serata Mystery a Sommariva del Bosco con uno dei più apprezzati scrittori piemontesi contemporanei. “I libri sono amici fedelissimi”.

farinettiNell’ambito del nutrito calendario di manifestazioni della stagione culturale 2006-‘07 di Sommariva del Bosco inerenti la letteratura, la musica, il cinema e l’arte, ha avuto un successo ed un’affluenza di pubblico oltre ogni previsione la serata ‘Il mistery di sapore braidese’. Quest’appuntamento, organizzato dal direttivo della Biblioteca e dall’Assessorato della Cultura, ha avuto come protagonista, ovviamente!, Gianni Farinetti, nativo di Bra, scrittore molto apprezzato di libri gialli.

Farinetti ha esordito nel 1996 con il giallo ‘Un delitto fatto in casa’, con cui ha vinto il Premio Grinzane Cavour; poi nel 1998 ha vinto il Premio Selezione Bancarella con ‘L’isola che brucia’. Questi e gli altri suoi romanzi, ‘Lampi nella nebbia’, ‘In piena notte’, ‘Prima di morire’, sono stati tradotti nei maggiori paesi del mondo.

La serata, facente parte della serie ‘Conversazioni attorno ad un libro, lettura e ascolto’, è stata condotta dalla signora Ida Marchisio, nota esperta di letteratura italiana ed amica di Farinetti.

L’autore ha esordito dicendo che praticamente era tornato sul luogo del delitto, facendo riferimento, in tono scherzoso, al suo primo romanzo, ‘Un delitto fatto in casa’, che si svolge appunto a Bra, a due passi da Sommariva. Si è poi proseguito in modo semplice ed ironico nonché familiare, parlando di letteratura. Farinetti ha poi affermato che letteratura e scrittura sono sovrane e che il piacere del leggere è del tutto soggettivo, ma che occorre invogliare alla lettura i giovani perché oggigiorno è talmente varia la letteratura che a volte si è disorientati nella scelta.

Belle anche due sue citazioni: ‘I libri sono amici fedelissimi perché li trovi sempre lì, pronti ad essere letti anche in età diverse’ e ‘C’è un dialogo fra un libro e l’altro per cui lo scrittore è sempre figlio di un altro scrittore’. Ha aggiunto poi che condivide il pensiero di Eco per cui c’è un legame tra la memoria e la dimenticanza, infatti si legge per dimenticare il mondo che ci circonda per poi ricordare ciò che è stato scritto. Inoltre i libri portano lontano, ha aggiunto Farinetti, e, se è vero che i libri parlano fra loro, ora camminano anche, perché con la nuova moda venuta dall’Inghilterra di lasciare libri su panchine delle stazioni, del metro, dei giardini pubblici i libri fanno molta strada.

Nei tuoi libri tornano sovente citazioni dal dialetto o tipiche della zona.

Perché col dialetto si riesce a rendere maggiormente certe situazioni. Io amo profondamente Fenoglio, il suo linguaggio è distillato, scrive anche in inglese ma con modi di dire in dialetto.

Anche Manzoni metteva dei modi di dire in milanese…

Certo, ma bisogna dosare bene la lingua parlata con la lingua scritta. I personaggi devono parlare nel loro modo, integrati nella società che frequentano, come nei libri di Fruttero & Lucentini. Io amo molto i romanzi di Fruttero e Lucentini e devo dire che ‘La donna della domenica’ era un libro molto moderno per l’epoca, perché vi si trovavano insieme la città e la società. Apprezzo molto quei libri solo apparentemente leggeri, ma in realtà molto profondi (Lucentini era molto intelligente, culturalmente preparato, parlava diciassette lingue tra linguaggi e dialetti) e bisogna dire che i due scrittori conoscevano il segreto dello scrivere in due… il che non è facile perché scrivere è come costruire una casa.

Hai detto che lavorare ad un racconto è come costruire una casa: fondamenta, pilastri…

Mio nonno è stato un costruttore di case ed io mi ispiro e parlo con i miei morti, di conseguenza il mio lavoro ne è stato influenzato, perché quando scrivo cerco di fare una struttura che non deve essere squilibrata, poi si aggiungono i piani (varie situazioni) poi si abbellisce il tutto con colori, tappezzerie, che sono le immagini descritte. Scrivere di delitti è liberatorio, l’importante è non farli, ma nello scrivere c’è una grande importanza del luogo, delle famiglie. Un tempo c’era il tempo per fare le cose e la domenica ci si ritrovava, si giocava a carte, perciò la casa era il luogo dove ci si scambiavano delle cose. C’era un tempo in cui le cose si aspettavano, esisteva la civiltà dell’incontrarsi…

Oltre la famiglia ci sono gli amici…

Certo, anche gli amici. Gli scrittori ti fanno sognare, anche se alcuni ricordi a volte non sono piacevoli, perché dopo un po’ di tempo non ritrovi più i soliti posti, le persone sono cambiate. Allo scrittore tocca il compito di far sognare, ecco il tema dell’assenza. Noi raccontiamo anche le cose come avremmo voluto che andassero. La libertà dello scrittore è quella di modellare le cose e di tenerle sotto controllo, a differenza di come va la vita: a volte crediamo che le cose siano andate in un certo modo invece non è come ci aspettavamo. Una cosa importante nello scrivere è che bisogna comunque essere sempre onesti con chi ti leggerà: la complicità fra scrittore e lettore è importante perché si crea un legame, a volte attraverso un profumo, una sensazione.

Hai citato il tema dell’assenza. Il personaggio perduto ricorre nei tuoi libri. Come mai?

L’assente è vincente, chi manca vince, chi è vicino perde. E’ intrigante fondare un romanzo su un personaggio che non c’è, anche se difficile perché l’assente viene raccontato da altri, quindi occorre scovare nel ‘niente pieno’. L’assenza è uguale alla perdita, la perdita dell’innocenza, di un peso, di un nome.

Ci sono espressioni in una lingua, relative soprattutto a cibi o cose, che sono impossibili da tradurre.

Il lavoro del traduttore è estremamente affascinante e non abbastanza riconosciuto, quindi poco remunerativo. E’ bello pensare che lontano c’è qualcuno che sta cercando di mettere assieme certe cose tue. Nel mio libro ‘Un delitto fatto in casa’, i francesi hanno preferito tagliare certe espressioni, mentre i tedeschi hanno messo delle note in calce cercando di spiegare di cosa si trattava.

Una curiosità: Eco ha scritto un libro sul traduttore. Quanto è l’area d’intromissione?

L’autore ha il dovere di essere libero senza pensare all’editore ma deve fidarsi anche del traduttore. Se il traduttore è bravo non c’è solo traduzione, ma anche una forma di creazione. Attorno ad un libro c’è un lavoro enorme.

Ho trovato strano quest’estate al mare vedere tedeschi leggere Camilleri.

Evidentemente c’è una musicalità dal suono accattivante. Non per niente che gli stranieri dicono che la nostra stessa lingua sembra una musica.

Fenoglio e Pavese vengono messi vicini mentre sono completamente diversi. I giovani preferiscono Fenoglio perché è straordinariamente visivo. C’è un punto di unione tra letteratura e cinematografia?

La cinematografia stimola la visione ma è più passiva, quando ci si imbatte in Fenoglio si è stimolati ed è bello l’impatto con la visione.

I grandi scrittori dell’ottocento erano fortemente visivi.

Certamente, pensiamo a Dumas. Purtroppo noi, ai giorni nostri, siamo fortemente bombardati da immagini; si è esagerato, dal cartellone alla televisione… tutto può essere troppo.

Gli scrittori odierni forse vengono copiati più dei classici, ad esempio esce ‘Il Codice da Vi
nci’ e dopo arriva tutto un filone sul genere; esce un libro e dopo sei mesi subito un altro dello stesso tipo! Ai classici non succede, forse sono un po’ troppo distanti dai giorni nostri… Com’è possibile questo, c’è gente che fa questo di mestiere?


Sì, parrebbe di sì, anche se alcuni sono una presa in giro del romanzo vero, come quello di Gambarotta, mio amico e scrittore molto valido, col suo ‘Il Codice Gianduiotto’ e con Monna Lisa in copertina con i baffi di cioccolato. E’ puro divertimento già la sola copertina.

E’ difficile trovare una casa editrice, un editor adatto?

Sì, il lavoro dell’editor è importante perché deve anche spronare, è un lavoro psicoanalitico, deve capire chi è l’autore al di là della pagina. L’autore comunque deve essere il primo critico, non deve dire mai ‘tanto dopo c’è l’editor’.

Tanti giovani si sono formati sul giovane Holden, c’è stata una disputa perché sembrava troppo distante dai giorni nostri, ma poi si è deciso di lasciarlo così com’è.

Ci sono storie che pur datate sono eterne, anche la Donna della Domenica ne è un esempio.

A che età hai iniziato a scrivere?

39 anni, più o meno. Prima ho lavorato anche nella cinematografia ma il film è un discorso a parte. Anche qui c’è un lavoro enorme e forse il vizio di fare i sopralluoghi quando scrivo un romanzo è derivato dal sopralluogo che si faceva nel cinema per catturare un’immagine, una sensazione. Ma ripeto, scrivere una sceneggiatura è diverso dallo scrivere un romanzo.

Serata colta, ma amichevole quindi quella con Gianni Farinetti, una gran bella serata dove oltre al piacere di parlare si è ancor più apprezzato il piacere di ascoltare, cosa sempre più difficile ai giorni nostri.

di Tiziana Fissore