Gianni Celati: “Cinema Naturale”

aprile 10, 2001 in Libri da Stefano Mola

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[Feltrinelli, Lire 30.000]

È come se i personaggi di questi racconti camminassero accanto a un muro, e questo muro avesse ogni tanto dei buchi, delle fessure, degli squarci, attraverso cui guardare cosa c’è dall’altra parte. La speranza è che dall’altra parte ci sia qualcosa, la rivelazione di un significato, la possibilità di rapporti umani, la comprensione della propria posizione nel mondo. Ma queste fessure, questi squarci nel muro, non portano altro che illusione e riconducono invariabilmente alla constatazione del vuoto dell’esistenza, del “buco dell’anima”, come dice lo studente Enrico nella “Novella dei due studenti”.

Le solitudini di questo libro non sono verticali, non da albatro che non ha le gambe per camminare in questo mondo, non da stilita che predica in cima alla colonna, sono piuttosto solitudini orizzontali, di persone dolenti che vanno e si muovono tra altre persone dolenti…

(però se continui così, disse lei, come fa poi la gente a non scoraggiarsi, che poi pensano questo un libro pesante, dì anche quello che mi dicevi ieri, che le genti sono sì tristi, ma anche buffe, un po’ come i clown e come ai clown succedono cose strane, c’è chi si perde perché in barca un giorno sente delle voci e chi si perde facendo un viaggio in Africa cercando uno stregone, e un infermiere che in Africa finisce per credere di essere un santone, chi passa un’intera esistenza a telefonare a una persona senza starci insieme, che c’è il mito dell’America e una modella che in America perde il suo successo “scoppiando” e assicuratori del successo che cercano di capire il perché, che c’è uno in carcere che vuole scrivere un poema per raccontare la sua vita, e un mendicante che dice di aver parlato con Dio, va bene, ma adesso fammi andare avanti, che ho perso il filo e devo ancora dire una cosa importante)

Che è questa: spesso il racconto sembra che si faccia lui stesso personaggio, che ci sia una dimensione del raccontare vicina all’oralità, quasi un richiamo a una vicinanza fisica tra narratore e lettore, come se l’atteggiamento di chi scrive fosse molto vicino a quello di un qualcuno che narra a voce durante un viaggio in treno, o a tavola in un’osteria (perché proprio osteria, intervenne lei? così, perché ci azzecca bene, e basta interrompere).

Si incontrano infatti frasi come “Ora bisogna avvertire il lettore che questo racconto è vero al cento per cento”; oppure “Ma proprio in quel momento, dice il racconto”. Inoltre, i personaggi stessi attribuiscono una grandissima importanza al raccontare, praticamente in tutti i racconti i personaggi vogliono o cercano di raccontare, come se raccontare fosse un atto quasi necessario, un tentativo a volte disperato di validazione della propria esistenza, un modo di sfuggire al vuoto, al “buco dell’anima”.

Del resto Celati stesso, nella “Notizia” che li precede, ci informa che i racconti sono stati scritti e riscritti nell’arco di vent’anni, “per tenermi occupato e vedere che cosa succede. Perché scrivendo o leggendo dei racconti si cedono paesaggi, si vedono figure, si sentono voci: è un cinema naturale della mente”.

(poi non volevi ancora parlare dei finali, disse lei, che dici che spesso sono straordinari, delle micce che bruciano all’indietro, e illuminano tutto il racconto come un fuoco d’artificio? Sì, ma adesso l’hai detto tu e poi basta, che se no il pezzo viene troppo lungo).

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Potete ascoltare Celati che legge il racconto “Storia della modella” nel sito:

http://www.feltrinelli.it

di Stefano Mola