Giancarlo Padovan per Traspi.net

dicembre 11, 2002 in il Traspiratore da Roberto Grossi

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Giancarlo Padovan, 44 anni, originario di Carmignano di Brenta, da qualche settimana è il nuovo direttore di Tuttosport. Il successore di Xavier Jacobelli è un giornalista sportivo atipico, infatti conosce bene le cose di cui parla perché le ha praticate: prima ha fatto il calciatore, poi, nel ’98, un corso di allenatore di base. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio in corso Svizzera…

Da prima firma sportiva al Corriere della Sera a direttore di Tuttosport. Com’è il salto da ‘giocatore’ ad ‘allenatore’?

Un passaggio che ti dà grande soddisfazione, anche perché qui ho trovato un’ottima accoglienza da parte della redazione. E poi Tuttosport mi era sempre piaciuto, sia come dimensione, sia per la sua storia e la tradizione nell’ambito della stampa sportiva. Questo giornale ha sempre avuto una funzione culturale a Torino e in Piemonte, anche prima di rompere i confini e diventare un quotidiano nazionale nel senso pieno del termine. Non avrei mai pensato di ricevere un’offerta per dirigerlo, ma un’avventura cosi non si poteva rifiutare.

Si ritiene un uomo fortunato?

Professionalmente ho avuto tanto, forse più di quel che avrei pensato di meritare e forse troppo in fretta. Come uomo, aver dato molto per questo lavoro mi ha portato a trascurare altri aspetti, ma quando fai scelte cosi ‘piene’ non si possono avere rimpianti e ciò che ho avuto è più importante di ciò che ho perso. In ogni caso, a 44 anni, nulla è ancora precluso. Si può pensare di avere un rapporto equilibrato tra lavoro e vita familiare.

Torino le sembra un ‘paesone’ in confronto alla ‘metropoli’ Milano da cui lei proviene?

Ho avuto pochi giorni per conoscere la città, sono chiuso nel mio ufficio tutto il tempo. Comunque non mi dispiacerebbe se fosse cosi. Dirigere un giornale di una grande città che si sente anche ‘paesone’ non è spiacevole: significa avere una forte identità culturale. E Torino, per me, ha sempre rappresentato una città con un grande polmone culturale. Se uno mi chiede che cosa è Torino io rispondo: prima ancora della Fiat è la città dell’Einaudi. Una città cui mi sto accostando con curiosità e soggezione e da cui posso apprendere molto. Certo, se continuo cosi, apprendo soprattutto le pareti della mia stanza…

Una città che però è in crisi…

Il futuro si trova nelle proprie risorse ed è già scritto. Se la Fiat è in pesante -ma non irreversibile- difficoltà, all’orizzonte c’è la certezza delle Olimpiadi. Un’occasione fondamentale, che non si esaurisce nei venti giorni di gara. Le città che ospitano un’Olimpiade in genere non ne hanno bisogno. Torino invece sì, a livello di infrastrutture, di comparto culturale, di forza-lavoro, di numeri. Il momento economico resta critico, ma è un problema che tocca molte città in Europa: Torino è solo la punta dell’iceberg. La città ha sempre saputo cogliere molto dal nuovo e lo farà anche stavolta: le occasioni e le capacità per ripartire esistono.

L’andamento della Fiat può ripercuotersi sulla Juve? E’ vero che sono due società diverse, ma è anche vero che gli azionisti di maggioranza sono gli stessi…

Il calcio va, e deve andare, verso l’autofinanziamento: bilanci in pareggio o, meglio ancora, in attivo. Quando vogliamo il liberismo da una parte e lo stato assistenziale dall’altro (come lo stato di crisi chiesto per il calcio) ci troviamo di fronte a un paradosso senza senso. La Juve è quotata in Borsa, per cui deve vivere, almeno finanziariamente, a prescindere dalla Fiat. Anzi, deve correre ad un’altra velocità rispetto alla Fiat: è nelle logiche di mercato. Questo vogliono investitori ed azionisti e questo la società bianconera deve garantire. Diverso è il discorso culturale: la Juve non può e non deve essere un’entità culturale staccata dagli Agnelli e dalla città.

32559(1)Al momento del suo arrivo a Tuttosport tanti tifosi juventini erano perplessi. Si diceva che lei era interista e, comunque, anti-juventino.

In effetti, nei primi giorni ho ricevuto molte lettere di questo tono. Assurdo. Non sono mai stato anti-juventino e men che meno interista. Neanche da adolescente, quando, ai tempi della serie C, tifavo Vicenza e m’incavolavo contro le grandi, Juve compresa. Io sono un giornalista e racconto le cose per come sono e come le vedo. La mia unica fede, che mi ha sempre accompagnato nel corso degli anni, è quella legata alla verità dei fatti. Nulla altro. Quest’anno, contro il Parma, la Juve ha avuto indubbi vantaggi dall’arbitraggio e l’ho rimarcato. Come ho rimarcato che in Inter-Juve i bianconeri sono stati danneggiati in maniera enorme da Collina, che tanti reputano il migliore al mondo. Le lettere che arrivano in redazione ora hanno cambiato tono. D’altronde basta avere un briciolo di memoria per ricordare che sono stato l’unico a scrivere, dalle colonne del Corriere della Sera, che la Juve è stata depredata di due scudetti negli ultimi anni. A Perugia non solo si giocò in un acquitrino, ma soprattutto con un’interruzione di un’ora e mezzo, un’anomalia senza precedenti. Chiunque abbia giocato a calcio sa che dopo mezz’ora di stop non c’è più collegamento tra cervello, gambe e quant’altro. E poi ricordo bene, anche più dei dirigenti juventini, come le regole sugli extra-comunitari vennero cambiate due giorni prima di Juve-Roma, dove Nakata fu decisivo! Per quanto riguarda l’ultimo scudetto, direi che nessun avvocato al mondo potrebbe difendere l’Inter per cosa ha combinato nelle ultime giornate; quindi, come si può sostenere che lo Juve non lo abbia meritato?

A proposito di Inter, i nerazzurri stanno godendo di alcuni smaccati favori arbitrali. I rapporti ‘politici’ di forza sono cambiati?

Avere forza politica non significa avere arbitri a favore ma equidistanti; evidentemente qui qualcosa è mutato. I dirigenti della Juve, pur mantenendo un certo stile, devono anche affermare la propria forza in maniera decisa. Senza arroganza ma con determinazione.

Passiamo al Toro. Camolese esonerato, al suo posto Ulivieri. Giusto così?

Un esonero è sempre una cosa ingiusta se a sbagliare sono tutti. Questo caso mi sembra ancora più ingiusto del solito, ma l’errore di Camolese è stato quello di avallare le operazioni di mercato della società: praticamente non si è mossa, non ha potenziato la squadra e non gli ha dato gli strumenti per fare quello che lui avrebbe saputo e potuto fare. Detto questo, la scelta di Ulivieri mi sembra buona: tra quelli disponibili è uno dei pochi che può far uscire il Toro da una situazione molto, molto difficile.

La recente polemica Cuper-Ronaldo ha riproposto un dilemma: conta di più il carattere dell’allenatore o la classe dei calciatori?

La classe dei calciatori è la base del calcio giocato. Ma non c’è grande giocatore che si affermi in un contesto se non ci sono direttive precise, esplicite e adeguate a metterlo in condizione di dare il meglio. Tante volte grandi giocatori, non capiti da piccoli allenatori, hanno fallito. Il calcio è sempre un fatto collettivo: in un solo caso un giocatore ha deciso da solo le partite, e neanche sempre. Sto parlando di Maradona, ovviamente un’eccezione.

Il tifoso vuole vincere e divertirsi, ma in Italia lo spettacolo latita. Colpa della tattica e degli schemi esasperati?

Gli schemi e la tattica, di per sé, non sono un ostacolo allo spettacolo. Anzi, servono proprio a far giocare meglio la squadra. Molte volte però, nel preparare la partita, prevale l’ostruzione nei confronti dell’avversario, il non fare esprimere gli altri piuttosto che pensare ad esprimere se stessi. Questo è il vero problema.

Sovente, però, gli allenatori non hanno neanche il tempo per costruire un g
ioco: se non vengono subito i risultati…


Le tifoserie, specie alcune, sono molto esigenti e non danno tempo di costruire nulla. Vedo un rapporto equilibrato nel Parma: una società che è adiacente alle grandi, ma non è una grande. Ha programmato bene i prossimi due o tre anni, facendo tabula rasa e puntando su giovani di valore per un campionato medio-alto. La qualità del gioco appaga lo spettacolo e la classifica non è male. Ma si può fare a Parma, non certo nelle città metropolitane…

Quale squadra interpreta meglio il calcio in questo momento? Molti dicono il Milan…

Dipende dai gusti: c’è gente che si esalta ancora con la difesa a oltranza, il catenaccio! In questa prima parte della stagione il Milan ha destato grande impressione: la squadra si esalta nel portare palla e appaga lo spettacolo, ma al sottoscritto i rossoneri destano qualche perplessità. Non sono sempre cosi sfolgoranti e rigorosi: vedremo a medio termine se riusciranno a confermarsi. A me piace molto la Juve. La preferisco non perché Torino è la mia ‘parrocchia’, ma perché è una squadra con grandi meccanismi, grande organizzazione difensiva e movimenti senza palla. In Europa invece non mi piace il calcio inglese, anche se devo dire che è migliorato per rigore ed organizzazione di gioco; merito anche degli allenatori stranieri, come Wenger all’Arsenal. Mi piacciono le olandesi, l’Ajax su tutte, una squadra composta da poche stelle e grande collettivo.

Che cosa vorrebbe cambiare in questo calcio?

Vorrei recuperare alcuni valori. Prima di tutto la lealtà, il rispetto delle regole e la meritocrazia. Aggirare le regole, come avviene spesso nel calcio italiano, è una cosa che deve finire. Prima, parlando della regola sugli extra-comunitari, ho fatto un esempio lampante, ma ne potrei fare molti altri. Con questa dirigenza calcistica, però, non ci sono molte speranze.

Un pronostico per le due squadre cittadine.

La Juve vince lo scudetto e il Toro si salva. L’augurio è questo: sarebbe bello per un giornale come il nostro continuare ad avere due squadre in serie A, di cui una campione d’Italia. Ma sarà dura per entrambe. Se la vitalità delle neopromosse e delle altre ‘piccole’ darà molto filo da torcere ai granata, credo invece che la Juve abbia più chance di vincere il tricolore rispetto alla Champions League; in Europa è veramente arduo imporsi, ma non mettiamo limiti alla provvidenza…

Il Traspiratore – Numero 40

di R. Grossi