Fuori dal gruppo, una fuga all’italiana | Sudate Carte Racconti I edizione

gennaio 11, 2003 in Sudate Carte da Redazione

Giuro che questa volta ce la farò, il tempo non conta, l’importante è arrivare in cima; con la salita non vinci mai, al massimo pareggi.
E’ un caldo pomeriggio di fine luglio, il sole picchia come Tyson al quindicesimo round ed in bocca ho un gustaccio di polvere e asfalto che mi rende la lingua simile ad un materasso. Schizzo via veloce dai viali, imbocco la strada del Santuario e sono già in collina. Nel tratto in pianura accelero al massimo ed inizio la salita sotto lo sguardo indifferente di un pastore tedesco che passeggia nei prati. Tengo il rapporto lungo il più possibile, appena la strada inizia a salire mi alzo in piedi con tutta la bici che sbeccheggia sotto il mio peso. Ho dentro la carica di Denzel Washington in Hurricane quando si ripromette di trasformare il proprio corpo in una macchina da guerra. I muscoli iniziano a farsi pesanti, mi chino sul telaio e faccio saltare il deragliatore sulla moltiplica più piccola del cambio: la pedalata torna fluida e mi siedo sul sellino.
Alcuni automobilisti mi superano protetti da quella bolla di autunno che rappresentano le loro macchine climatizzate, mi sposto al limite della carreggiata per evitare ogni metro di strada in più.
Lo sguardo fisso nel vuoto, le mani affondate nel manubrio, il cuore che sembra pulsare direttamente nelle tempie una melodia potente e disperata come la voce di Kurt Cobain in Territorial Pissing… Non esiste più un uomo e una bicicletta, la nostra fusione va oltre quel semplice morsetto che stringe le scarpe…Un’ondata di depressione mi colpisce in pieno: questa volta non riuscirò a farcela, ho dato troppo all’inizio e ora sono ai minimi termini, non sono più i muscoli a far girare le gambe ma il sistema nervoso…devo essere strafatto di acido lattico.
Neanche il tempo di finire il pensiero e sono di nuovo in piedi, inclinato in avanti con il busto che sporge oltre la bicicletta. Adesso spingo forte, come un gregario in fuga che lotta con ogni fibra del suo corpo per guadagnarsi una giornata in copertina prima di tornare nella pancia del gruppo al servizio del proprio capitano. Se fossi un professionista non potrei che essere un gregario, quello che sta al fianco del campione in crisi e gli dice : “ tranquillo che non la perdi la maglia, oggi ci pensiamo noi “. In genere per loro non ci sono podi, solo piccole camere d’albergo dove un giorno sei invincibile e un altro ti senti un po’ come morire.
In questa tempesta di pensieri questa strada sperduta delle Langhe diventa l’Alpe d’Huez con la sua striscia di appassionati che ti incita, ti sprona, ti fa capire che son qui per te e non puoi deluderli. Tutta quella gente che ti applaude senza distinzioni di maglia o nazionalità, ti sei meritato il loro rispetto solo per essere lì in quella giornata mentre tutto intorno è solamente roccia e Francia.
Un altro intrepido spunta davanti a me con la livrea da Giro d’Italia spaventosamente tirata sul fondoschiana il quale è strattamente aggrappato al sellino della sua bici da cinquemila euro. La prima cosa che mi viene in mente sono quegli elefanti che vanno sul momociclo nei circhi…La ruota davanti gli sbanda paurosamente a destra e sinistra sintomo che sta per prendere un infarto dalla fatica; lo sfilo di lato con un’occhiata ironica, mi dispiace amico non servono i soldi per andare in bici ma il cuore e il fiato.
Adesso c’è un piccolo tratto in pianura ma non posso ingannarmi, è solo il preludio dell’ultimo strappo sopra il dieci percento… Ne approfitto per bere qualcosa, in questo momento, quell’acqua tiepida non la baratterei neppure con il miglior spumante del mondo…Stupido e orgoglioso ciclista, se avessi scelto il calcio saresti ricco e più riposato! Ma adesso non ho tempo di rammaricarmi, inizia l’ultimo strappo e da buon Donchisciotte in pantaloncini corti mi alzo sulla sella, ancora in piedi a lavorare di spalle e di pedale. Vedo la cima della collina e divento un cannibale, una sorta d’isteria e rabbia mi trasforma in una macina che neanche le revolverate potrebbero fermare. Vedo il mio traguardo virtuale e non sento più nulla. Nonno guarda da lassù come sono diventato bravo, sembrano lontanissimi quei giorni che mi insegnavi a stare in equilibrio su questo traliccio di tubi…
Rivoli di sudore mi colano ai lati delle sopraciglia giù lungo le guance prima di tuffarsi sulla maglietta già ridotta ad una spugna. E’ questa la mia droga, non ho bisogno di farine colombiane, il vero ciclista non ha bisogno di doping, semplicemente non amerebbe questo sport se non ci fosse la fatica!
I polmoni mi bruciano nell’incredibile sforzo di cercare altro ossigeno, mi sembra di respirare fumo, di avere una ragnatela invisibile che mi lega indissolubilmente alla pianura.
Finalmente scollino e sento dentro di me come un’esplosione, la fine di un incubo, una gioia troppo grande e personale per essere descritta: una sorta di estasi come la prima volta che mi son sentito dire “Ti amo” da quei due occhioni verdi o quella volta che ho riabbracciato mio padre dopo un incidente stradale… Sensazioni maestose, come fermare un transatlantico in navigazione con la forza di una mano. Probabilmente in queste situazioni il nostro cuore ed il nostro cervello, in un punto che mai nessuna tavola anatomica ci illustrerà, scoccano una scintilla che diventa un incendio la cui onda d’urto si propaga e si infrange sulla nostra pelle facendoci sudare. Già il sudore, unico estintore biologico che ci viene in soccorso quando il nostro corpo soffre nel contenere un’emozione che altrimenti sarebbe così grande da farci a pezzi.
Sono convito che è con un processo simile che si è innescato il Big-Bang : una scintilla di vita ha dato il via a quell’incredibile onda d’urto senza la quale non saremmo qui oggi. Credo di poter dire con certezza che se si scoprisse un confine dell’universo, questo confine sarebbe sudato.
Ma adesso lasciatemi godere il fresco, il paesaggio, quella gioia di aver messo una mano sulla maniglia della porta che ci separa dal paradiso e l’infinita tristezza di doverla subito abbandonare per tornare tra il caldo e le facce spente di chi si aggira tra le strade cittadine. Come direbbe Paolo Conte me ne ritorno giù con quegli occhi allegri da italiano in gita…

di Enrico Rinaldi