Francesco Rosi, la funzione etica del cinema

maggio 11, 2001 in Spettacoli da Redazione

Mercoledì 9 maggio è stata inaugurata la retrospettiva dedicata dal Museo del Cinema di Torino a Francesco Rosi. La presenza in sala del regista è stata un’occasione per intavolare una discussione sulla funzione etica dell’opera cinematografica. A fare gli onori di casa è stato il professor Paolo Bertetto: “Rosi ha vissuto la più grande stagione del cinema italiano – ha dichiarato il docente di Storia del Cinema dell’Università di Torino -; ha operato in anni in cui la cinematografia italiana mostrava al mondo nuove strade della narrazione e della composizione filmica. Il neorealismo è stato per Rosi un punto di partenza, la base del suo rapporto prioritario con la realtà. Rosi ha saputo operare restando aderente alla realtà, ma, allo stesso tempo, cercando di cogliere le ambiguità del reale”.

Dopo un breve intervento di Alberto Sinigallia, giornalista de “La Stampa”, ha parlato il regista. Vi proponiamo qui di seguito i passaggi principali del suo intervento.

“Mi riempie di gioia e orgoglio venire presentato in questi termini… Penso di meritare questi complimenti! Scherzi a parte, sono grato al Museo del Cinema di Torino per questa retrospettiva, per due motivi. Perché fa piacere essere omaggiati dopo cinquant’anni di lavoro e perché credo nell’utilità delle retrospettive. Non basta vedere un film una sola volta. Una pellicola va rivista anche ad anni di distanza, perché i particolari si dimenticano, perché nella prima visione sfuggono dei dettagli”.

“Il cinema del dopoguerra ha dato una rappresentazione della realtà. In quell’epoca hanno diretto alcuni grandi osservatori, ‘rabdomanti’ capaci di cogliere e captare ciò che accadeva nel proprio paese. Io non sono né un giornalista, né un sociologo, ma penso di essere stato un testimone del mio paese e del mio tempo. Ho sempre creduto nella funzione di testimonianza del cinema. Ho incominciato giovanissimo come assistente di Luchino Visconti, da ragazzo ero amico di Cesare Zavattini. Ho imparato il cinema con il neorealismo puro, un cinema che aveva una dimensione etica. I giovani uscivano da una guerra, da una dittatura, erano impregnati nella ricostruzione morale del paese, oltre che in quella materiale”.

“Il cinema italiano del dopoguerra ha cambiato il modo di fare cinema nel mondo. Negli Stati Uniti la storia, pur avendo l’occhio rivolto al neorealismo, doveva obbedire agli imprescindibili criteri di spettacolo”.

“Ladri di biciclette è un documento storico. Per un ragazzo del 2000 è una lezione di storia e di costume. Soltanto un film può far respirare l’aria di un’epoca”.

“Ogni film deve ambire all’universalità e all’eternità. Sono due parole che fanno paura, certo, ma la pellicola dev’essere universale come significati ed eterna come durata. Non dev’essere soltanto un passatempo, ma uno strumento di riflessione. I film nascono dalla passione, da un desiderio di comunicazione, dalla volontà di conoscere il momento nel quale stiamo vivendo. I miei film sono dialettici, non propongono mai una tesi. Un film che comunica dubbi allo spettatore è una delle migliori occasioni di sorveglianza sociale”.

A conclusione dell’incontro il prof. Lupo del Politecnico di Torino ha annunciato la decisione presa dall’Ateneo di conferire una laurea honoris causa al regista, laurea che verrà consegnata nel giugno prossimo.

Un’immagine dell’Italia. Il cinema di Francesco Rosi

Cinema Massimo – Via Verdi, 18 – Torino

Informazioni: 011.812.56.06

Sala Tre dal 9 al 23 maggio

di Davide Mazzocco