Enzo Jannacci, “L’uomo a metà”

marzo 19, 2003 in Musica da Gino Steiner Strippoli

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Quando scrivo di Jannacci, l’Enzo, non posso far altro che ripetermi senza mai stancarmi ovvero parlare delle canzoni di un uomo che attraverso i suoi testi ama raccontare le storie di vita quotidiana, magari di quelle del tuo vicino di casa oppure quelle degli sfigati nati o magari quelle tristezze che coinvolgono la povera gente. Resta il fatto che dal 1959, suo esordio discografico con “L’ombrello di mio fratello”, ad oggi Jannacci è sempre rimasto fedele alla sua canzone che è ormai quella di un vero caposcuola della canzone d’autore. Dopo un periodo dedicato al Jazz la riscoperta da parte del grande pubblico con l’album “Come gli Aeroplani”, dedicato a suo padre, lo ha “costretto”, e meno male dico io, a dedicarsi ancor più ai concerti teatrali e alla musica.

Adesso un nuovo capolavoro, fresco e solare intitolato “L’uomo a metà” (AlaBianca) con la collaborazione di suo figlio Paolo, eccelso musicista, ascoltare il suo album (Notes) uscito lo scorso anno, e di Mauro Pagani, la genialità al servizio della musica e tanti ricordi legati alla miglior P.F.M..

34156(1)Il nuovo album di Enzo Jannacci si compone di 14 tracce dove sono raccontate amarezze, ricordi, tristezze, allegrie di personaggi surrealisti attraverso una vena ironica umoristica davvero inusuale e colta. Poi certo il momento del dramma Jannacci lo canta veramente bene e in maniera realistica, “ Lungometraggio” ne è l’esempio. La guerra tra Palestinesi e Israeliani: “ Questo è un lungometraggio, ma lo sfondo non c’è, dov’è il mitra e nessuno freghi di te…come pane, la paura, morte come eredità, come un lungometraggio senza mai verità e i mandanti di morte guidano la realtà”. Canzone tagliente e di denuncia. Ma questo è Jannacci! Come bella e vera, d’altronde, è la canzone “L’Uomo a metà”, che da’ il titolo all’album, dolcissima e profonda storia di tutti noi, immersi nella solitudine di una vita votata alla frenesia generale che ha portato a dimenticare sentimenti e valori. Senza dubbio questa è il pezzo che meglio identifica l’intero album anche se molte sono le anime di questo lavoro.

L’animosità scherzosa poi arriva con personaggi come “ Il Sottotenente”, dove l’Enzo si diverte al ritmo veloce di una chitarra estremamente ringhiante. La sensibilità espressa dal “nostro” lo porta poi in un racconto, “E’ stato tutto inutile”, pervaso da una strana malinconia che guarda al connubio delle canzoni e della vita “… e sulla vita che si basano le canzoni…”. Una raffinatezza musicale, con il violino di Pagani a duettare con la poesia di Enzo, la troviamo in “Maria” la storia di una donna ferita dall’amore “… certo che quando si perde il primo amore in un certo senso è come perdere il sole…”, ma anche nella successiva “Gino” altra tempesta di un uomo perduto nell’amore. Poi forse la più bella poesia dell’album “Niente domande”. Tanti i momenti agrodolci di quest’album dettati dal realismo musicale dell’Enzo con in più un omaggio a Umberto Bindi con “Arrivederci”.

L’incontro con Enzo è come al solito simpatico, perché l’Enzo è uno che ti tratta sempre alla pari. Solo un anno fa mentre lo stavo intervistando gli chiesi del passato e di quell’accoppiata memorabile con Giorgio Gaber e lui mi rispose: “Giorgio è un grande amico, ma lui è più dedicato al teatro che però non gli perdona di aver fatto il cantante. Molti critici teatrali non lo considerano mentre Giorgio è uno che può fare benissimo l’Amleto, può fare tutto!”.

Oggi il tuo amico Giorgio non c’è più!

Ho perso non un amico ma un fratello, noi eravamo uniti dall’amore per la musica, soprattutto per il Jazz, poi l’ironia e l’umorismo erano “nostri” ci divertivamo un sacco a scherzare e prenderci in giro, ridevamo tantissimo!

Ma questa musica italiana?

La musica italiana finalmente ha delle buone cose e comunque va bene, C’è Paolo Conte, Concato di cui mi piacciono i testi, poi tanti giovanissimi come Alex Britti, bravissimo a suonare la chitarra, bravo anche Max Gazzè cosi’ pure Daniele Silvestri. Mi spiace sia “scomparso” Nino Buonocore, una bella voce ma il mercato è questo! L’ultimo che ho sentito e che mi piace molto e Vinicio Capossela.

La musica per te cos’è?

La musica? Sono momenti di tristezza e di felicità.

44 anni dopo il tuo esordio discografico con “L’ombrello di mio fratello” come ricordi quel periodo?

In maniera non proprio spensierata perché all’epoca facevo fatica a portare i soldi a casa per mangiare. Poi mi fecero fare questo disco, ma io avevo già scritto “Il cane con i capelli”. Ricordo quel periodo con molta felicità ma anche con nostalgia e tenerezza perché mi permise di conoscere Dario Fò.

Già lui ti condusse per primo a fare teatro…

Mi telefono una sera, già conosceva i miei pezzi, e mi disse: – Sei li a casa? Guarda che devo mettere in piedi uno spettacolo- Io gli risposi di non aver capito bene e che ero in campeggio con la morosa, comunque partii e iniziò lo spettacolo.

Oggi “L’uomo a metà” ma qual è questa metà?

Non è una metà orfana, figlia della rinuncia, per qualcosa in meno che ciascuno di noi perde nelle scelte, ma è quel qualcosa in più, quella doppia esistenza che arricchisce la sensibilità, la cultura, la vita.

La conclusione dopo aver ascoltato quest’album è quello di dire ancora una volta “bravo Enzo” le tue canzoni parlano con l’anima di chi le ascolta perché dettate da una sensibilità fuori dal comune!

di Gino Steiner Strippoli