Enrico Ruggeri per Traspi.net

marzo 27, 2002 in Musica da Gino Steiner Strippoli

30057(1)Ritorna Enrico, il grande rocker italiano, trasformatosi anni or sono in cantautore, seppur in maniera completamente anomala rispetto ai cantautori tradizionali. Ed è un grande ritorno quello di Ruggeri sul palcoscenico di Sanremo: con “Primavera a Sarajevo” ha virtualmente costruito un ponte tra la “Città dei Fiori” e le rovine di un quartiere simbolo, Dobrinja. La delicatezza del testo della canzone “raccontata” da Enrico al ritmo di marcetta – ska è sicuramente uno degli eventi più positivi visti e sentiti in queste sere nell’intera manifestazione.

Mai banale, il nostro cantautore nell’affrontare un argomento comunque difficile è stato esemplare, e difatti il tributo del pubblico dell’Ariston all’esecuzione, sin dalla prima sera, non è mancato. Primavera a Sarajevo è una canzone che pone Ruggeri sopra un piedistallo differente rispetto agli altri artisti presenti in questa 52° edizione del Festival. Perché? Semplice: è difficile, e pochi l’avrebbero fatto, portare una canzone sociale e drammatica, che oltretutto a molti potrebbe sembrare come la classica esca per ottenere un grosso pesce.

Tra la platea dell’Ariston, si sono sentite sparute voci “Certo è facile conquistare il pubblico con un testo cosi”. Accuse poco veritiere, perché solo chi ha anima e sensibilità può scrivere parole di questa profondità, in cui Ruggeri ci ricorda come le guerre distruggano gli amori, li rendano impossibili, lezione da non dimenticare mai. Nell’affrontare eventuali giudizi negativi sul proporre temi poco consueti per un Festival di ‘canzonette’ ci vuole coraggio ed Enrico, che da sempre ama le sfide vere, ha superato questa alla grande ed indipendentemente dal trionfatore ufficiale di questa sera possiamo dire che lui ha già vinto, perché il suo racconto riporta alla mente i drammi di una popolazione purtroppo troppo presto dimenticata.

“Primavera a Sarajevo” è la storia di un amore impossibile…

Tutto è nato quando, quattro anni fa, andai a Sarajevo con la nazionale cantanti per giocare una partita per beneficenza. In quella città, dove sono stato qualche giorno, ho visto cose che non avrei mai voluto vedere, ovvero la distruzione e tanti giovani bisognosi di conforto morale: quello che si respirava era aria di morte e di dolore.

Una storia, la tua, che parla dell’amore impossibile di due ragazzi di Dobrinja.

Quel quartiere era il simbolo della gioventù, dei giovani, sia essi bosniaci o serbi, era un vero simbolo di convivenza multietnica prima del dramma del conflitto. Oggi c’è nuovamente tanta voglia di vivere nella zona, però tutto quello che intorno è rimasto sembra fatto apposta per non far dimenticare quello che è successo.

La tua canzone riporta alla luce anche la tragedia del mercato di Bascarsija, dove avvenne una delle stragi forse più grandi… Ed ancora, l’amore dei due ragazzi non ha finale, come mai?

Non è tanto importante come finisce, forse i due ragazzi sono morti oppure sono riusciti a fuggire… Quando ho scritto il brano mi premeva assolutamente raccontare il contrasto tra i giovani del quartiere, la distruzione con cui hanno dovuto fare i conti. I due ragazzi sono il racconto di vite fatte di dolore, di disperazione, di tentativi di fuga, di divisioni non volute, eppur obbligate.

Una canzone per Sarajevo a Sanremo… qualcuno potrebbe accusarti di retorica

Non potrei mai cavalcare l’onda di un dramma per un successo. Penso invece che troppo in fretta la gente dimentica, così spero che questa canzone possa far ricordare a tutti che Sarajevo ha bisogno di aiuto per la ricostruzione.

Che messaggio vuoi trasmettere ai tuoi fans?

Semplicemente spero che la gente, attraverso Primavera a Sarajevo, non dimentichi i drammi e le tragedie di chi vive a pochi chilometri di distanza.

Prima di diventare il Ruggeri solista sei stato Josafat e poi Decibel, come ricordi quei periodi?

Con tanta tenerezza, perché sono comunque il mio passato di vent’anni fa. Devo ammettere che erano tempi coraggiosi, nei quali si cercava di fare qualcosa di nuovo e, almeno in Italia, è stata una lotta dura contro i mulini a vento, ma secondo me ha poi determinato i semi per tutta una serie di gruppi e di movimenti italiani che ci sono stati negli anni successivi. Ricordo quei tempi quindi anche come una bella scuola di vita.

Tu hai affidato sovente le tue canzoni ad altri artisti, come Fiorella Mannoia, Mina… Hai mai detto no a qualcuno?

Ho detto di no parecchie volte quando il progetto non nasceva da me, bensì dietro la scrivania di un direttore artistico. Io credo che scrivere canzoni per qualcuno, collaborare con altri artisti, sia un atto bellissimo, ma dev’essere un atto di amicizia, non può essere programmazione, come fanno in America, dove il bianco fa il duetto con il nero, il rapper con l’heavy metal, per prendere due mercati. Anche in Italia si usa farlo, ed allora vedi il cantautore con il ragazzino che si sta affermando: queste sono cose che non mi piacciono! Ho detto invece sì tutte le volte che la collaborazione è nata da un amicizia o, come minimo, da un contatto personale: ecco perché ho collaborato con persone diversissime tra loro, pensa a Elio e Morandi, Masini e Fossati, la Bertè e la Mannoia, Tozzi e Locasciulli.

Se tu dovessi definire la parola musica?

Per me è l’insieme di quei contenuti che grazie alla musicalità espressa danno delle emozioni.

Nato dal Punk di “Indigestione Disko” e “A Mano Armata” con i Decibel, Enrico Ruggeri ha poi trasformato in maniera naturale la sua vena creativa, che lo ha portato a concepire autentici gioielli musicali della canzone italiana. E’ lui il volto dell’artista che ogni anno si propone al pubblico con l’entusiasmo di un giovane rocker, nonostante una grande carriera costellata da tanti successi. Vera anima rock della poesia musicale, Ruggeri nei suoi concerti non perde mai la brillantezza e il gioco d’ironia tra intimità e delicatezza, o anche la voglia di coinvolgere la platea fino ad essere tutt’uno con il suo pubblico.

Le sue storie, i discorsi, le atmosfere raffinate sono raccontate nel suo ultimo album intitolato “La vie en rouge” (Sonymusic – Columbia). Questa sua ultima prova discografica live è un modo per ripercorrere la carriera. Ventisei tracce con quattro inediti a dir poco splendidi: la sanremese “Primavera a Saraijevo”, “I Naviganti”, “La vie en rouge”, che dà il titolo all’album, e “Quante vite avrei voluto”, poi largo alla storia, ricca di sonorità sempre sorprendenti e di testi altrettanto impegnativi. Così si vola tra le note e le parole de “Il portiere di notte”, “Il mare d’inverno”, “Quello che le donne non dicono”, in versioni live assolutamente passionali ed emozionanti… anche se soffermarsi su questi tre capolavori sarebbe riduttivo rispetto alle altre poesie contenute nel disco. Come non dimenticare, ad esempio, la magistrale esecuzione di “Polvere”?

Ruggeri marchia poi con voce graffiante un ritorno al periodo Decibel con la seducente “Contessa” e con canzoni non meno importanti, pur se meno conosciute, come “Il giudizio universale”, “Anna e il freddo che fa”, oppure la bellissima “Marta che parla con Dio”. Enrico in questo doppio album live si rivela ancora una volta vero “animale da palcoscenico”, capace di raggiungere con la sua canzone d’autore le emozioni più profonde che una persona può avere e magari non sapere di avere.

di Gino Steiner Strippoli