Elephant

gennaio 5, 2008 in Cinema da Redazione

ElephantUn piccolo grande gioiello. “Elephant” è un film con mille sfacettature, che avrebbe bisogno di un’approfondita analisi. Analisi che non sono in grado di regalarvi, perchè non sono un “tecnico” addetto ai lavori, né una sociologa di qualche genere.

Queste poche parole, improntate sull’emotività, sul mero sentimento, non potranno rendergli onore.

La storia è quella del famoso massacro di Columbine, in America. Dei ragazzi “apparentemente normali” entrano nella loro scuola e uccidono chiunque abbia la sfortuna di incontrarli. Compagni, professori. E, per concludere questo folle massacro, si suicidano. Anche Micheal Moore ha girato un bellissimo documentario sulla violenza, “Bowling a Columbine”, partendo proprio da questo episodio.

L’opera di Gus Van Sant – nelle sale in questi giorni con “Paranoid Park”, sempre improntato sulla crescita, sulla situazione in disequilibrio dell’adolescente – è esteticamente pregevole e singolare. Inseguiamo i ragazzi che camminano per la scuola, ascoltando dialoghi vuoti e incontrando tutti gli stereotipi generazionali: la ragazza bruttina complessata, quelle carine che vomitano per non ingrassare, il belloccio della scuola, quello con il papà alcolizzato…

Non ci da il tempo di affezionarci. Nessun nome, quasi nessuno sguardo verso la telecamera. Solo schiene, teste, una generazione che per noi spettatori rimane X. Sconosciuta.

Il regista tenta di dipingere una giornata normale, quella che i ragazzi vivono sulla pelle ogni giorno. Quei giorni che, in modo lento ma inesorabile, creano la violenza, l’insofferenza, il nulla. Quello che ci mostra Van sant, infatti, tanto normale non è. Perchè due di loro, esattemente identici a tutti gli altri, entrano e uccidono.

Così. Perchè per la noia. Per la tv. Per la musica di satana. Perchè la vita è crudele. Perchè è divertente.

Non c’è niente che possa stemperare il nostro sbigottimento. La società – e la società da chi è formata, se non da tutti noi? – crea i presupposti di questa schizofrenia (in)visibile e sta a guardare. A volte – sempre più spesso – qualcuno muore.

Una piccola perla cinematografica.

di Alice Suella