Due mostre al Museo Fortuny

settembre 27, 2008 in Viaggi e Turismo da Stefano Mola

Il Museo Fortuny è in Campo San Beneto. Se provate a cercarlo sulla mappa, vedrete che è a poca distanza dalle autostrade del turismo veneziano. Eppure, ed è questo uno dei motivi per venirci, fa già parte delle oasi di quiete. Al centro una vera da pozzo, come quinte case, una chiesa, e il palazzo gotico che ospita il museo. Ci sono arrivato nel pieno d’un sabato pomeriggio di fine agosto, e nel campo c’erano appena un paio di persone, e quel silenzio che è già racconto.

Museo FortunyIl palazzo, appartenuto alla famiglia Pesaro, fu acquistato da Mariano Fortuny. Fotografo, scenografo, pittore, creatore di tessuti, artista sperimentatore e innovatore, fece di queste stanze il suo atelier. Ancora adesso si ha l’impressione di entrare in un luogo vivo, pieno di cose, di oggetti, quadri, tessuti, statue, lampade. Come se l’artista fosse momentaneamente uscito ma ci concedesse di passeggiare in mezzo ad ambienti che sembrano spazi teatrali, metafisici, scenografie dell’inconscio. Le luci al primo piano isolano gli oggetti, i grandi busti privi di testa o di braccia, statue come portate lì da una risacca mentre nel profondo del mare è rimasto ciò che manca, ciò che può essere immaginato ma non compreso del tutto.

Manichini di legno dechirichiani giacciono qua e là. Alle pareti languide donne a seno nudo, dormienti o perse in chissà quali pensieri. Le vetrine sono ricolme di oggetti eterogenei, conchiglie, lampade, piccole sculture in bronzo, sassolini d’un percorso da ricostruire o inventare da zero. Un teatro della memoria dentro una città che è sublime rappresentazione, perché è dove non ci dovrebbe essere niente, ovvero sull’acqua.

Questo è il primo piano. Il secondo invece ha ampie vetrate, è più spoglio, ha un maggiore respiro (del resto, l’inconscio è sotto), con tracce di affreschi e decorazioni sui muri e opere di artisti contemporanei, Fontana, Vedova, Manzoni, tra gli altri.

Io credo nella possibilità d’un accostamento. Se la scienza è verticale, conta solo l’ultimo scalino, l’arte, come la letteratura, è orizzontale. È un gioco di richiami, rimandi, svolte, negazioni, evoluzioni dove non si può dimenticare nulla. Ogni opera, in qualche modo, anche inconsapevole, è legata alle precedenti e alle contemporanee. Così, tra queste mura che sanno di storia, che sono storia, anche oggetti che respirano da pochissimo hanno piena cittadinanza. E si può gettare uno sguardo alla biblioteca, toccare un tavolo ingombro di cose, un tavolo da lavoro.

Mostra Isabelle de BorchgraveCi sono due mostre adesso. La prima si intitola Un mondo di carta: Isabelle de Borchgrave incontra Mariano Fortuny (fino al 17 Novembre). Isabelle è un’artista belga e lavora con la carta. O meglio, la trasforma. Qui la trasmuta in tessuti preziosissimi e colorati, in forma di vestiti, indossati da manichini senza testa o da shilouettes di cartone. Sono ruoli pronti da indossare. Da lontano, non si ha per nulla l’impressione che si tratti davvero di carta. Da vicino si ha ancora il dubbio, si riconosce che la materia di base è proprio la carta, da un lato così eterea nella sua fragilità, dall’altro così sacrale nella sua eternità (i libri, per lo meno quelli stampati bene, hanno un respiro che nessun hard disk si può permettere, probabilmente).

Sono finte stoffe ispirate a quelle di Mariano Fortuny, e se sono riuscito a far intravedere l’atmosfera del palazzo, si inseriscono perfettamente nel mondo di Fortuny. Questi ruoli-stoffa dialogano a gruppi, sono piccole pieces teatrali mute. Stupenda è quella installata al secondo piano. Un gazebo di carta bianca quasi trasparente, quasi garza, stampata a motivi neri. Sotto il gazebo, e dietro, manichini e shilouette, con vestiti che riprendono il gazebo. Si ha un’impressione di intimità e mistero che trattiene quasi il passo, come se ad entrarci dentro si potesse violare un qualcosa, o che qualcosa potesse scappare via, spaventato o anche solo annoiato dalla nostra invadenza.

L’altra mostra è appena partita, ed è la prima mai dedicata a George Barbier (fino al 5 Gennaio 2009), artista e illustratore di moda, scenografo, protagonista del movimento déco. Curata da Barbara Martorelli, presenta oltre duecento opere tra dipinti, disegni, articoli, pochoir, fotografie, libri, manoscritti, film provenienti dai cospicui fondi di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, dal Musée des Arts Décoratifs di Parigi, dalla Bibliothèque Nationale de France, dal Musée des Beaux Arts de Nantes e da collezioni private italiane e francesi

George BarbierSono immagini contornate da linee sottili, nette. Come se le forme potessero essere in un istante svuotate del colore, steso pieno, quasi senza sfumature. È molto bello il confronto con gli schizzi preparatori, dove invece il segno è largo, sfumato, sovrabbondante, antecedente alla distillazione che farà nascere la linea pura finale.

Le pose teatrali, e il trionfo dell’obliquo, nella posizione della testa e in quella del corpo. Così è in agguato una specie di malinconia botticelliana, assediata da una sensualità decadente, come se dietro agli occhi ci fosse sempre il ricordo di Beardsley.

Una sensualità che sembra emarginare il maschile, rendendolo ermafrodita, smorzandone ogni spigolo, ponendolo spesso in un secondo piano non tanto sulla scena ma per l’espressione del volto sempre in rincorsa della figura femminile.

Tra i personaggi, raramente c’è un rapporto paritario. Domina il decalage dello sguardo, la mancanza dell’incrocio, il pensare l’altrove. Spesso compaiono trii, o quartetti, ricchi di invidie e rimpianti e sotterfugi potenziali.

Sono figure estremamente eleganti, e al tempo stesso struggenti. Il loro contatto con il terreno è appena accennato. La noia, l’ennui, la vacuità sono sempre vicinissime. I gesti erotici esangui, come una speranza che si sa vana ancora prima dell’inizio, dominata dalla consapevolezza che quanto si desidera è destinato a trovare una realizzazione imperfetta, incompleta. Questa mostra sta benissimo nel Museo Fortuny e a Venezia. Ecco la città, nelle parole dell’artista:

Venezia è una città assurda e incantevole. Mi fa pensare a un cofanetto adorno di conchiglie, a una scatola musicale per come è sonora, come la pancia di una chitarra, piena di canti di uccelli che si slanciano dalle finestre, palpitano e cantano con voce languida sui canali. E’ fatta per gli appuntamenti e le tresche amorose, con il suo labirinto di vie strette, i suoi vicoli ciechi, i suoi portici tenebrosi. La gondola che passa offre un letto morbido, sotto la volta nera che soffoca i sospiri degli amanti… A Venezia, più che altrove, il tempo addobba e abbellisce ciò che distrugge.

George Barbier, Venezia, Gazette du Bon Ton 1923, n.5

INFORMAZIONI

Museo Fortuny

San Marco 3958,

30124 Venezia

Tel. ++39041 5200995

Fax. ++39041 5223088

di Stefano Mola