Dottor Pasavento

novembre 21, 2008 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Dottor Pasavento
Autore: Enrique Vila-Matas
Casa editrice: Feltrinelli
Prezzo: € 18,00
Pagine: 297

Dottor PasaventoA volte le dichiarazioni di fede sono necessarie. Prendete, per esempio, il manifesto. Sì, il quotidiano. Sopra il titolo trovate: quotidiano comunista. Di lì in avanti regolatevi voi. Una sorta di l’onestà.

Ebbene, prima di parlare di Dottor Pasavento, romanzo di Enrique Vila-Matas, sento il bisogno di avvisare il lettore: sappi che a me i libri di Vila-Matas piacciono in primo luogo e a prescindere in quanto libri di Vila-Matas. Cercherò di spiegare perché.

In questo romanzo, c’è un io narrante. È uno scrittore nato nel 1948 a Barcellona. Proprio come Vila-Matas. Uno scrittore che un giorno prende un treno per andare a tenere una conferenza a Siviglia insieme a un altro scrittore, Bernardo Atxaga (il quale esiste veramente). Chi ci sta parlando? Vila-Matas? Le cose che succedono, sono successe davvero, anche solo in parte?

La mia risposta personale, e scusate la forma, è: chi se ne frega. È proprio questo che mi affascina: camminare sul crinale del dubbio in quanto dubbio. Mi piace che ci siano degli scrittori inventati a fianco degli scrittori veri. Mi piace questo gioco a nascondino, questo labirinto di specchi deformanti, l’assoluta libertà che consente di dire in prima persona rinnegando e al tempo assumendo la responsabilità della parola. Mi piace che venga in un certo senso implicitamente dichiarato che la letteratura è prima di tutto (se non assolutamente) finzione. Che poi la letteratura ci parli di noi, è fuori di questione. Ma tutto ciò non ha a che fare con la verità.

Dunque questo scrittore che forse è Vila-Matas ma al tempo stesso non lo è, a un certo punto decide di scomparire. Lo status di scrittore è assai particolare. Esiste (per il mondo) se è pubblico, dunque se ha pubblicato. Se i suoi libri sono presenti nelle vetrine, se la sua faccia compare in televisione e la sua voce alla radio. Ma tutto questo, che cosa ha davvero a che fare con la scrittura?

Di almeno una cosa credo di essere certo, mi sembra che fosse proprio il mio anelito a fare un passo al di là di tutto che mi abbia portato a dedicarmi alla scrittura, essendo la mia comparsa sulla scena come scrittore accompagnata da una forte volontà di occultamento e di scomparsa nel testo. Cominciai dunque a scrivere solo per me stesso, senza alcuna voglia di pubblicare (insomma, come del resto sto facendo adesso) e sapendo perfettamente che la letteratura, come la nascita di una nuova vita, conteneva in sé la propria essenza, che non era altro se non la scomparsa. Ma più tardi pubblicai un libro, e questo rovinò l’intento radicale dei miei esordi. Mi ero avventurato nel mondo delle lettere considerando che scrivere fosse uno spossessarsi senza fine, un morire inesorabile. Pubblicare complicò tutto. Mi trasformò alla lunga in uno scrittore relativamente conosciuto nel mio paese e questo mi mise in contatto con l’orrore della gloria letteraria. […] Credo che chi stia scrivendo tutto questo, con il suo fragile lapis circondato da altri lapis e da un buon numero di temperini, non sia esattamente lo scrittore di prima, quello che si era fatto un nome, una certa fama, e che cominciava a sentirsi oppresso per aver attirato l’attenzione di qualche lettore. Adesso sono un più che discreto letterato nascosto, un narratore della scrittura privata che guarda da una finestra il vuoto e il mare, cosciente che se uno guarda a lungo l’abisso, anche l’abisso finirà per guardarti. [pp 29 e 30]

L’io narrante di questo romanzo cerca di abbandonare se stesso, forse anche la letteratura, e per farlo si inventa un altro passato, da psichiatra. Tenta di diventare il Dottor Pasavento. Il suo nume tutelare è lo scrittore Robert Walser, che a partire dal 1933, quando venne trasferito nel sanatorio di Herisau, smise deliberatamente di scrivere fino alla sua morte.

Perdersi è il solo modo di trovarsi veramente? E sarà possibile scomparire veramente, oppure soltanto trasformarsi in una rovina?

Le rovine riconducono sempre a qualcosa che non è scomparso del tutto. In tal senso, io ero una rovina. Anelavo a scomparire, ma sapevo che avrei finito per scomparire solo a metà, tramutato unicamente in una rovina. Guardai nuovamente verso la nuvola di polvere. Mi dissi che non capiamo niente delle rovine finché un giorno non lo diventiamo noi stessi. [pp 45-46]

Inizia così a muoversi per il mondo seguendo segni, richiami, rimandi, coincidenze. Un viaggio stralunato, ironico, grottesco, popolato di personaggi irresistibilmente assurdi, tra Napoli, la Rue Vaneau di Parigi e le sue coincidenze, Herisau, Siviglia, Lokunowo.

Romanzo, saggio, diario? Tutte le cose insieme e allo stesso tempo nessuna? (di nuovo, chi se ne importa). Una forma liquida, impossibile da contenere, in cui spesso si cede alla divagazione (altra cosa che trovo irresistibile).

Mi piace che Vila-Matas sia intriso di letteratura fino al midollo. A differenza di altre scritture, che sembrano nate ieri, inconsapevoli e/o ignare di tutto quanto successo prima, quella di Vila-Matas è un continuo confronto e rimando. Un’affermazione della orizzontalità della cultura e dell’arte: qualunque gesto e/o parola non può non essere pensato in relazione a quanto già visto e/o scritto.

La scrittura di Vila-Matas è un confronto continuo con l’idea di letteratura, con cosa significa scrivere e non scrivere. Un’idea di letteratura che non può essere definita:

[…] pensai alla tanto abusata figura letteraria della fugacità dei paesaggi dal finestrino di un treno. E anche alla letteratura stessa e al fatto che (proprio) la sua caratteristica più notevole consiste nel fuggire da qualsiasi determinazione essenziale, da qualsiasi affermazione che la stabilizzi, poiché non la si può mai fissare in un punto certo, occorre sempre trovarla o reinventarla. [pag 18]

Ecco. Mi piacciono i libri di Vila-Matas perché so che sempre, prima o poi, troverò una frase che mi farà venire voglia di prendere una matita e sottolineare, perché troverò delle parole che mi faranno dire: è così, è davvero così.

Anche se non sapete lo spagnolo, date un’occhiata al suo blog.

di Stefano
Mola