Disco Inferno

aprile 24, 2006 in Spettacoli da Stefano Mola

Disco InfernoDomenica pomeriggio termino il mio vagabondare per le pagine della città alla Cavallerizza Reale (Torino Capitale Mondiale del Libro, Una città da sfogliare). È un ambiente che mi piace molto. Raccolto, nero. Si vede bene da ogni posizione (un difetto: si sta seduti sul duro, quindi dopo un po’ è scomodo). Uno spazio recuperato: una cosa che si dovrebbe sempre cercare di fare. Se la cosa è fatta bene, resta sempre una miscela di suggestioni tra quello che era prima e quello che è diventato dopo. La pagina che mi aspettava era Disco inferno. Sonorizzazioni: Alessio Bertallot. Letture Dantesche: Lucilla Giagnoni.

Lucilla è una donna minuta. Spesso ha addosso uno sguardo dolce. Dietro, però c’è come un campo di forza. Un nucleo di consapevolezza. Consapevolezza dello spazio che la circonda, delle relazioni. Forse è proprio così che deve essere un attore quando è bravo: riempire lo spazio di intensità. L’aria tra te e chi recita diventa parola. La parola deve riempirla tutta, come una campo di forza appunto. Come fa una massa nell’universo: la massa modifica lo spazio con il suo campo gravitazionale. Il campo di forza però non deve essere la persona dell’attore, ma la parola che in quel momento l’attore diventa. Se la persona (personalità e/o fisico) dell’attore prende il sopravvento, diventa divismo. Una forza che si domina senza diventarne schiavi (lo so, sembra che parli maestro Yoda o un qualche altro personaggio di Star Wars, sto divagando come sempre).

Che sia così lo si capisce subito. Lucilla è vestita di nero, maglia e pantaloni. Scarpe rosse. Dettaglio? Niente mi è sembrato lasciato al caso. Parte Stairway to Heaven. Giusto, no? Come dirà dopo Lucilla, per salire al Paradiso bisogna prima calarsi nell’Inferno. Poi parte una base tipo disco e lei esplode, al centro della scena la braccia aperte, la sua voce amplificata è tutto, sembra il giorno del giudizio. Allora inizi a sospettare che non sia una semplice lettura. C’è prima di tutto la capacità di rendere il testo dantesco come racconto. Quando Lucilla recita il primo canto dell’inferno, diventa narrazione: qualcuno perso in un bosco che dice il suo affanno. La bravura di Lucilla rende evidente il miracolo di Dante. Perché come può sembrare narrazione orale qualcosa che è scritto in endecasillabi e deve rimare con uno schema preciso e rigido? Eppure è così. Basta saperlo far venir fuori (altra dimostrazione del fatto che i vincoli in letteratura non tolgono spazio). La Commedia e l’Inferno in particolare non sono soltanto poesia. Sono prima di tutto un viaggio nell’umanità dolente, un affondare le mani in quel fango che sono le vicende umane, dove tutto è mescolato: amore dolore pietà delitto castigo violenza rimpianto tradimento orgoglio desiderio carnale desiderio di conoscenza. Quell’inestricabile groviglio intestinale che ci troviamo davanti quando alla vita ci avviciniamo davvero, quando non ci limitiamo a semplificarla in comodi schemi guardandola da lontano.

Eppure la Commedia è poesia, è ritmo, è endecasillabo. Se Lucilla ce lo fa quasi dimenticare nella sua recitazione narrativa, Alessio ce lo ricorda in un modo che a dirlo sembra quasi incredibile. Rappeggiando le parole di Virgilio. Quando nel primo canto compare Virgilio, Lucilla lascia la parola ad Alessio. La cosa incredibile, la cosa che non ti aspetti è che funziona. Perché quello a cui non pensavi prima, mentre venivi attratto nel campo di forza del racconto, è che quelle parole lì sono un ordine scandito da una metrica. E questo ordine, centinaia di anni dopo, si calza sulla base di bassi da rap (è ovvio che bisogna ascoltarlo per capire veramente e che questo reportage è povero).

Così ecco Dante in tutti i suoi aspetti: narrazione e poesia. Lucilla il suo capolavoro secondo me lo fa nella seconda lettura. Il canto di Paolo e Francesca. O meglio, di Francesca, una delle poche donne cui nella Commedia viene data la parola. Tutti conosciamo la storia, no? Tutti conosciamo anche quella sequenza, Amor ch’a nullo amato amar perdona eccetera. Se tutti lo conosciamo, se le parole quindi ormai sono in parte già usurate, lise nella ripetizione, è più difficile far bene, farle sembrare nuove. La musica sotto è qualcosa che somiglia a My funny valentine (nella mia ignoranza, non sono sicuro che sia proprio quella melodia). Una tromba, atmosfera jazz. Edward Hopper, NigthawksQualcosa che richiama un locale fumoso, luci basse, pochi clienti, solitudini, amarezze. Avete presente quel quadro di Edward Hopper, Nigthawks? Qui la voce di Lucilla si distorce in una sofferenza con dietro della rabbia trattenuta, una miscela di orgoglio e rimpianto e passione e rabbia e sofferenza. Il triplice Amor che apre alle terzine è come un urlo strozzato, dove c’è tutto il destino che l’ha fatta sposare un uomo brutto e potente e che l’ha messa vicino al fratello giovane e bello, la forza trascinante di quella passione cui lui e lei non hanno saputo opporsi (bisognava? Era davvero giusto farlo? E quel libro galeotto è veramente da maledire?). L’Amor che ha segnato un destino fatale e al tempo stesso il momento forse più intenso della sua vita, il bacio con Paolo (in parole povere, una roba da pelle d’oca).

C’è dell’altro. Poco a poco, viene fuori un progetto. Il testo non è stato solo letto. È stato introiettato, è diventato carne (altrimenti, quell’interpretazione un attimo prima di Francesca non sarebbe possibile). Se è diventato carne, può diventare trampolino: qualcosa da cui partire per cercare di leggere il mondo. Ecco allora che viene fuori la verità universale della Commedia. Se un testo vale, riesce ad andare al di là del tempo. Se ci pensate, in fondo Dante ci racconta il suo mondo. Gli uomini e le donne del suo tempo. Secoli fa. Eppure, la forza delle storie è proprio questa: sono qualcosa che ci aiuta a districarci in quel groviglio di prima, nella vita. Per questo ne abbiamo bisogno. Allora, tra un canto e l’altro, Lucilla salta dal trampolino. Parte dalle storie della Commedia e di suggestione in suggestione, quasi in una dimostrazione matematica, ci parla di noi. Così Ulisse, per esempio, diventa un virus che si introduce nel sistema Troia. Ulisse che è al tempo stesso nessuno, e quindi terrorismo. Ulisse che tradisce, che sfugge, che non offre punti di riferimento. Ulisse che è anche e soprattutto supremo desiderio di conoscenza, ovvero la molla dell’uomo, che diventa, di volta in volta scoperta del DNA e costruzione della bomba atomica. Lo vedete, il groviglio?

E lo vedrete ancora di più nel Conte Ugolino. Se ne leggete le note biografiche, come potete avere pietà del Conte Ugolino? Un tipo senza scrupoli, vicende losche, oscure, piene di tradimenti, lotte politiche. Tenete anche conto che qui siamo praticamente sul fondo dell’inferno, dove si raduna la feccia più feccia. Ma chi non si sente invadere dallo sgomento quando vengono pronunciate le parole poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno? Qui la voce di Lucilla si fa prima quasi cavernosa, orgogliosa, sprezzante. Ugolino non è uno stinco di santo e mantiene una sua sinistra grandezza e fierezza an
che in quel momento. Però poi il dramma, poco a poco, nel procedere del suo racconto, emerge, l’orrore tremendo di un padre che vede morire uno dopo l’altro i suoi figli di fame senza poter far nulla invade tutto.

Uno spettacolo di intensità totale, un viaggio nella Commedia e in noi stessi. Che ci chiude con le parole di Italo Calvino (che a me sono particolarmente care anche per motivi personali):

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.

Questo pezzo, è uno spazio (scusate l’enfasi, ma lo spettacolo mi è piaciuto moltissimo).

di Stefano Mola