Dei bambini si sa poco

novembre 21, 2002 in Racconti da Redazione

32585(1)Siamo seduti sulla piazza del Corpus Domini. Torino formicola, nel sabato splendente della noia. Gente in via Garibaldi e vie affini, sciama con frenesia quasi sessuale, incompatibile con la pacatezza di un soliloquio interno. Sfila senza mente, attraverso gli archi di sguardo di altri involucri.

Le vetrine non riflettono corpi, soltanto nevrosi.

Noi siamo buttati, delicatamente incastrati in una posa buddista, io e la mia ragazza, su un angolo di universo a-temporale, oggi pomeriggio. La piazzetta del Corpus Domini ha la particolare caratteristica di isolarsi dal tessuto molle del centro. Galleggia vanesia su un isola invisibile, tempesta ad infrarossi dei ricordi.

La gente che preferisce tagliare davanti alla chiesa è diversa da quella che rotola nelle vie più affollate. Questa gente che abbiamo infilzata sotto le palpebre è cosa a sé. Inscindibili gli uni dagli altri individui nel caos di pochi metri avanti; archetipi netti, invece, questi, che trattengono la loro stessa scia per i capelli, fosforescente e odorosa di presentimenti, mentre ci passano di fronte.

Noi siamo i giudici taciti del fraintendimento volontario.

Creiamo nel silenzio senza imbarazzo, che solo chi si ama può permettersi, le storie mitiche degli individui che oggi pomeriggio, di primavera annacquata, vivono in questo hic et nunc indifferente e universale.

L’uomo col cappello ed il completo bianco; la donna di sessant’anni truccata come un Labrador; fidanzati del ‘700 perduti in una parola che non esce. Stranieri, infilandosi sotto i portici, parlano le lingue dei colori.

Di colpo, l’occhio reciproco, l’occhio unico, mio e di lei, volta il suo angolo di visuale e si ritrova a fissare uno sciame minimo di ragazzini sui dodici tredici anni. Apparentemente normali. Apparentemente. Sono sette. Un maschio, e tutte femmine. E già ciò intriga.

L’antropologia infantile (?) di rado vede la coesione di così sproporzionato miscuglio.

Un ragazzino che sfonda le resistenze e penetra nella cerchia sottile di un branco di femminucce è cosa curiosa. Eppure è tale la visione che abbiamo. E non solo, il ragazzino, grassoccio e coi capelli corti, lo sguardo malato, pendente obliquo, nella bocca che si apre lievemente e saliva ad intermittenza, ma impercettibile, pare essere il capo della combriccola dei disastri innocui che loro rappresentano.

Ha magnetizzato letteralmente la tensione delle femmine, che diligenti si piazzano in cerchio al suo richiamo, e fanno strane mosse con le mani, dietro la sua schiena. Nascondono un oggetto piccolo, se lo passano con la massima discrezione. Una tristissima, vestita di nero, si affloscia, le mani sulle tempie, sugli scalini, a pochi metri dal punto dove stiamo fluttuando noi.

Percepiamo appena le parole, nel loro biascicare sommesso e greve. Il ragazzino si porta ruotando le altre dove vuole, le fa girare, crea una coda dietro di sé, mostra alla piazza per brevi frammenti di secondo, quel suo sguardo psicotico, immensamente inquieto, eppure pacificato in una sorta di galleggiamento continuo.

Ha una specie di difetto che sembra un sorriso. Di colpo decide che bisogna incamminarsi. Formano un gruppo verticale a strati, lui e un’altra ragazzina con la coda lunga (anch’essa pare avere un ascendente particolare sulla famigliola) davanti, le altre dietro, la nera vestita, ultima con la testa bassa.

Ovviamente, in maniera pacata, decidiamo di seguirli.

Hanno una camminata stramba, fatta di scatti, fermate e ri-partenze, nelle soste parole concitate, creando il cerchio per escludere il mondo.

Il mondo, tranne noi, non si accorge di loro. Non vede niente, e non si insospettisce.

Camminano avvolti da questo alone superficiale normale, le scarpe da ginnastica con le stringhe slacciate, i jeans puliti, elastici tra i capelli.

Lo sguardo determinato, serio.

Ci fermiamo a pochi metri dietro di loro, quando si fermano. Fissiamo vetrine con fare disinvolto, a turno ci voltiamo e scrutiamo la scena. Siamo troppo lontani per sentire le voci, ma le immaginiamo.

Questo sabato insolito è scenario di qualcosa che deve accadere. Lo avvertiamo mentre ci scivola il presagio implicito in quegli sguardi, nelle loro movenze strane. Dopo vari tratteggi sul terreno (che le loro gambe seguano un percorso prestabilito?), entrano in un negozio di oggetti esotici. Indiani per lo più, e cinesi. Si dividono nelle due sale del locale, cercano, rimestano, alzano e spostano cose, muovono l’aria indicandosi reciprocamente, senza parlare, punti nel breve orizzonte nel quale stanno ammassate materie a forme speciali.

La ragazza con la coda lunga, velocemente prende da una mensola e nasconde un tagliacarte d’argento nello spazio che c’è tra i jeans e la pelle, vicino alla milza.

Noi, dapprima stando all’esterno davanti alla vetrina, e poi entrando innocentemente, vediamo tutto.

Quando escono, acquistate poche pietrine azzurre e nere, noi stiamo finendo di far finta di apprezzare statuette di budda e cavalli impennati. Compriamo una saponetta cinese alla rosa, e usciamo. In fondo alla via, verso la stessa piazza nella quale li vedemmo da principio, stanno svoltando verso il duomo. Teniamo un’andatura più lenta. Sono davanti a noi, questi ladruncoli che non sono solo ladruncoli.

La mia ragazza non è convinta di questo, e palesa la sua impressione. “Sono ragazzini, volevano rubare qualcosa, e ci sono riusciti… tutto qui.”

Non rispondo, perché sono assorto, mi pare di aver scorto un dettaglio, che però non ricordo. Qualcosa di evidente, eppure celato bene, impercettibile e anonimo quanto basta a non farsi cogliere, se l’insieme di quel gruppo trattiene meglio l’attenzione.

Uno di loro, non so dire chi, aveva qualcosa di stonante.

Stanno camminando veloci su un rettilineo scansando i passanti. Svoltano dopo un po’, verso destra, inizia il dedalo di vie ristrette dietro il centro storico. Entrano in un portone spalancato, di un palazzo antico. Le balconate arrugginite, i fiori rossi. Imposte tagliate dalla luce che si sfibra. Passiamo oltre il portone, lentamente, sappiamo di stare rischiando di essere colti.

Non che temiamo qualsiasi loro reazione, siamo quasi certi che farebbero finta di niente, ma si romperebbe l’equilibrio e la storia che stiamo faticosamente tentando di allacciare, come trama di una costellazione, si avvilupperebbe su se stessa, cancellandosi. Smetterebbero subito nei loro propositi, qualunque essi siano.

Passando davanti al portone di legno, li vediamo voltati di spalle di tre quarti, il ragazzino davanti ad una porta, cercando di infilare una chiave, da un mazzo numeroso.

Oltre l’uscio ombrato, sentiamo la serratura che scatta, cigolando di malumore, e poi passi svelti giù verso le scale, ticchettano come pioggia d’amianto, sparano ombre a forma d’aragosta e artiglio sul muro di fronte.

Non si chiudono la porta dietro.

Aspettiamo col cuore a singhiozzo, trattenendo il respiro; ma con lo sguardo che luminoso emette segnali, decidiamo di scendere anche noi. Lo facciamo nel silenzio più disarmante. Percepiamo dense alcune voci bianche, e musica lieve dai toni cupi.

Un trillo si ripete costante.

Le cantine sono rosse, di mattoni ad arco e marce.

Hanno ragnatele enormi che pendono come teli di lino, porte di legno blindate, inferriate e sabbie fini.

La luce dalle piccole finestrelle che danno in strada è coperta da una grata di metallo, così che cade a spicchi sulle orme impalpabili.

Un’unica porta, di quel formicaio assurdo e umido, pare aperta, filtra da sotto il giallo strisciare di candele accese. Ha un buco nella toppa fin troppo largo.

La mia ragazza mi abbraccia forte, sospirando profondo, mentre mi chino e osservo da quello schermo irregolare sulla porta socchiusa.

Vedo benissimo il dettaglio che non ricordavo. Un disegno a forma di stella, forse un vero tatuaggio sul polso della mano del ragazzino, ch
e si alza spropositatamente, brillando. La ragazza vestita di nero ha sempre le mani alle tempie, ma sta sdraiata su un tavolo di legno.

Il suo rauco lamento è un’epifania che sfuma, mentre mi volto e trascino dietro di me, correndo, la mia ragazza.

D’altronde ora, non potremmo più fare niente.

di Vito Ferro