Dada Rosso per Traspi.net

settembre 10, 2001 in Libri da Gustare da Stefano Mola

24493(3)Dada Rosso, giornalista free lance da venticinque anni, quando ancora questa formula non era diffusa in Italia, specializzata in politica, costume, stili di vita ed autrice di «A tavola con gli zar», ha accettato di rispondere ad alcune Traspi-domande.

Aver scelto di essere giornalista free-lance, che cosa le ha permesso di fare?

Questo sistema di lavoro mi ha permesso di essere collaboratrice fissa di molti giornali importanti, tra cui La Stampa e Il Corriere della Sera e di essere titolare di rubriche in testate come L’Europeo, Il Mondo, Amica, Capital, Class, Anna, sempre lavorando da casa mia a Torino o spostandomi come un inviato per realizzare gli articoli che mi erano commissionati.

… quindi anche in Russia?

Alla fine degli anni ’80 – e precisamente negli ultimi tre anni dell’era Gorbaciov – sono stata spessissimo in Unione Sovietica: l’interesse dei giornali (sia femminili che economici) era a quell’epoca veramente scatenato nei confronti di tutto quanto accadeva oltre cortina e ho avuto l’occasione di scrivere molto (e per tante testate) su tutto quanto concerneva la vita quotidiana a Mosca e dintorni. Tra l’altro per la Rizzoli avevo coordinato l’uscita di un numero speciale di Amica scritto in russo. Fu un grande successo, perchè si trattava della prima publicazione di stile occidentale, completamente dedicata alla donne russe e da loro comprensibile anche nei testi! Era buffo vedere il mio nome in cirillico: Dada Pocco!

Dei suoi soggiorni russi, ha da raccontarci qualche episodio legato al cibo?

Come qualcuno ricorderà, uno dei problemi più gravi in cui si dibatteva la popolazione russa in qegli anni era la scarsità di cibo. Questa realtà, ovviamente mi colpiva come cronista, ma anche come “cuoca”. Un esempio per tutti: arrivando a Mosca avevo l’abitudine di portare con me una certa quantità di cibo là introvabile- parmigiano, dadi, zafferano- ma certo non immaginavo di non trovare, in tutta la città, mezz’etto di burro per completare un risotto. Cosa che invece regolarmente accadde e mi fece capire quanto le donne russe dovessero ingegnarsi per mettere insieme pranzi e cene: per sostituire il burro mi venne l’idea di far sciogliere il solo tipo di gelato prodotto allora – grassissimo, alla vaniglia – e reperibile con una certa facilità nei botteghini aperti sulla strada, visto che si era in pieno inverno, dieci gradi sotto zero…

Da cosa è nato «A tavola con gli zar»?

Nei romanzi russi classici che avevo letto, del cibo si parlava con dovizia, come di qualcosa di raffinato e di abbondante. Insomma, ho incominciato a studiare il problema, cercando di capire cosa stesse succedendo in quel momento, con riferimento al passato. Man mano che leggevo, mi diventava sempre più chiaro che attraverso le vicende legate al cibo si poteva ricostruire una piccolissima storia dell’Unione Sovietica, senza pretese storiografiche nè sociologiche, ma legata a ciò che c’è di più semplice e quotidiano. Ho cercato di farlo al meglio, mescolando presente e passato, cronaca e letteratura. Per scrivere il libro ho conosciuto molte persone, soprattutto molte donne. Ne conservo una stima grandissima: è sulle loro spalle che per anni sono pesate le difficoltà di un paese stremato dal “defizit”. Donne che, peraltro, avevano conservato un senso dell’ospitalità eccezionale ed erano sempre pronte a dividere il poco che, come per miracolo, riuscivano a mettere insieme. Parlo al passato perchè non vado a Mosca dal ’90. Oggi è un Paese diverso, che non credo di conoscere più, in cui ho contemporaneamente desiderio e paura di tornare.

Ha imparato a cucinare quache tipica ricetta russa?

Confesso di non aver imparato molte ricette russe. Certo: non mi stancherei mai di caviale sui bliny. Ma in questo caso non si tratta di abilità di cuoca: è piuttosto, oggi come ieri, una questione di portafoglio…

di Stefano Mola