Cynthia Sayer, banjo, voce e passione

giugno 29, 2007 in Musica da Claris

Ascona 2007Ottimo avvio, nel week-end, del JazzAscona festival, grazie all’esibizione di artisti di altissimo livello. Fino a domenica prossima continuano le performance, sui quattro palchi del lungolago asconese, dei migliori interpreti del jazz tradizionale, accompagnati da escursioni nel blues e nel gospel. Tra i personaggi subito in evidenza, l’attesa cantante e suonatrice di banjo Cynthia Sayer, che per oltre dieci anni ha fatto parte della jazz band di Woody Allen. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla l’altra sera al gala d’apertura presso l’hotel Eden Roc dove ha catturato l’attenzione dei presenti con il suo quartetto. Chi non l’ha ancora ascoltata, può recuperare oggi in piazzetta Ambrosoli e domani mattina all’hotel Piazza.

Come hai scelto uno strumento poco noto come il banjo?

Fin da bambina amavo la musica e mi dilettavo a suonare un po’ tutti gli strumenti con i miei fratelli. Chiesi in regalo ai miei genitori una batteria, che allora era la mia passione, ma loro pensarono che avrei fatto troppo rumore e così trovai sul mio letto un banjo. Capii che non avrei mai avuto la batteria, ma iniziai ad entusiasmarmi subito a quello strano strumento che non conoscevo. A 13 anni andai a lezione di banjo ed ebbi la fortuna di trovare dei maestri molto preparati che mi spronarono a studiarlo in maniera appassionata.

E poi?

In seguito scoprii che la gente mi dava credito ed ingaggi se mi esibivo e così divenne un modo per guadagnare qualcosa. Ad esempio durante l’università, dove ho studiato letteratura inglese e teatro, materie che mi piacevano molto, mi pagavo le vacanze suonando il banjo e così decisi che quella sarebbe diventata la mia professione. So suonare parecchi strumenti [il piano in maniera divina, n.d.a.], ma mi piace definirmi suonatrice di banjo perché amo questo strumento in maniera particolare. E così, dall’incidente del regalo inaspettato alla ancor più imprevista carriera di musicista, il passo è stato breve ed ora per il 90% del mio tempo sul palcoscenico suono il banjo e canto. La mia fortuna è stata ed è quella di non aver mai smesso di studiare ed imparare la tecnica per migliorarsi.

Sì, ma perché hai scelto il jazz?

Col banjo ho avuto molte avventure musicali all’inizio, poi alcuni ottimi artisti mi spinsero verso il jazz perché mi vedevano molto dotata ad improvvisare. Il vero colpo di fulmine che mi portò definitivamente verso le sponde jazzistiche fu però l’ascolto delle musiche di “Harlem banjo” di Elmer Snowden per la Riverside records. Capii subito tutte le possibilità inespresse che aveva questo strumento, nonostante alcuni ‘baroni’ musicali lo definissero superficialmente uno strumento sciocco.

Sei la prova che tutto è possibile: una donna importante del jazz, ambiente prettamente maschile, che suona, acclamata, il banjo, strumento considerato minore.

E’ vero, inoltre il banjo è considerato comunemente uno strumento maschile e, ancora peggio, valido solo per atmosfere tristi. Io invece voglio dimostrare che il banjo nel jazz può dare allegria e vivacità. Vorrei vincere i retaggi storici. Infatti il jazz è stato un trait d’union tra i neri ed i bianchi, ma sempre a livello maschile, perché nessuno considerava le donne nei secoli passati. Ora è diverso e ci sono varie band femminili molto valide. Non deve contare il sesso, ma solo le capacità artistiche. A me succede dopo i concerti che molte ragazze mi avvicinino e mi chiedano consigli per diventare suonatrici jazz di banjo. Ecco una delle più grandi soddisfazioni: incuriosire e far appassionare.

Essere musicisti di professione, cosa implica?

A volte chi non lo è, non capisce che l’essere musicisti è una professione come un’altra sotto certi aspetti di business. Il dramma è che nemmeno alcuni musicisti lo capiscono, ed invece, se vuoi fare carriera, certi aspetti li devi curare, dall’immagine, ai soldi, allo studio ed al miglioramento continuo.

Woody Allen, chi è veramente?

E’ una persona fuori dal comune, come molti pensano. Ho lavorato nella sua band per parecchio tempo e posso dire che, da un punto di vista artistico, è particolarmente preparato. Conosce tantissimo sul jazz, non solo su quello tradizionale, si esercita quasi ogni giorno, non trascura alcun dettaglio e così, pur non essendo un talento naturale, sopperisce a qualche lacuna tecnica con l’esercizio e la volontà di creare legami emotivi col pubblico: insomma suona col cuore!

La gente pensa sia terribile. In realtà non è così. E’ introverso con tutti allo stesso modo. Ad esempio, data la sua fama e popolarità, non rimaneva speso col resto della band sia nei viaggi, sia nei momenti di aggregazione, in quanto era sempre cercato da uno stuolo infinito di persone. Ma ricordo che prima di entrare in scena diventava uno dei nostri, lasciando da parte la celebrità.

Eri già stata ad Ascona parecchi anni fa, quali le differenze?

E’ molto diverso esibirsi come solisti, come mi era successo la prima volta, oppure in un gruppo, come ora. Posso dire di essere felice di essere tornata qui per il bellissimo clima artistico che c’è e che l’esperienza attuale è molto gratificante perché suono con artisti molto validi.

Quale sarebbe l’artista con cui vorresti suonare il banjo?

Mi considero molto fortunata ad aver già suonato con tantissimi artisti appartenenti all’eccellenza jazzistica (da Dick Hyman a Bill Cosby) e non. Tra l’altro ho fatto anche uno show con uno dei più bravi suonatori di banjo italiani, Lino Patruno. Alcuni personaggi con cui ho collaborato, ad esempio Joe Ascione, sono qua in questa sere. Inoltre, pur considerando il jazz e lo swing al primo posto dei miei interessi e la luce della mia carriera, amo provare generi musicali differenti: ho suonato nella Filarmonica di New York, mi sono esibita in gruppi che fanno musica da camera, nella musica etnica e popolare. Vorrei proseguire queste collaborazioni trasversali e, chissà, magari collaborare con Bruce Springsteen. In certi generi musicali, quali il country o la fusion (pensiamo a Bela Fleck), il banjo ed i suoi cultori hanno una dignità maggiore che nel jazz. Ecco, vorrei invertire questa tendenza e sto provando a farlo con tutti gli sforzi possibili. In America la considerazione per il banjo sta risalendo e soprattutto il suo cuore nero sta nuovamente battendo forte, dopo un periodo in cui proprio la popolazione di colore l’aveva abbandonato perché troppo identificativo della razza.

Quanto è importante New York per la carriera di un artista?

Io sono originaria del New Jersey, quindi trasferirmi a New York è stato relativamente comodo. Amo moltissimo la città per le sue mille sfaccettature e, da un punto di vista artistico e di carriera, New York ti consente di avere contatti con i migliori artisti, sia quelli che vivono lì, sia quelli che sono di passaggio, perché a New York è il vero crocevia della musica.

Come pensi si possa diffondere maggiormente tra i giovani la passione per il jazz?

Occorre esporli di più all’ascolto di questo genere musicale, ad esempio inserendo nel calendario scolastico delle lezioni jazz, di qualsiasi genere, così forse qualcuno si incuriosirebbe e ci potrebbero essere maggiori probabilità che si appassionino anche al jazz tradizionale. L’esposizione porta alla curiosità, all’apprendimento, ed alla passione, insomma.

di Claudio Arissone